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E Luca Ricolfi spiega i fallimenti di Berlusconi

Programmi da buttare, asteniamoci

Unione e Cdl alla prova dei fatti non analizzano il declino e non propongono soluzioni valide

di Enrico Cisnetto - 17 febbraio 2006

Da buttare. C’è da sperare che i programmi economici delle due coalizioni che stanno dando vita alla peggiore (e più lunga) campagna elettorale della storia repubblicana, non vengano per nulla rispettati. Altro che misurare quanto il centro-destra abbia realizzato dei suoi progetti del 2001, altro che immaginare quanto il centro-sinistra, se vincesse le elezioni, sarebbe in grado di attuare del centinaio di pagine di contenuto economico sul totale delle 284 di programma di governo. Qui c’è da buttare tutto al macero. Siamo di fronte ad un vero e proprio disastro: non un minimo di verità sulla condizione della finanza pubblica, che non consente di mettere in pratica quasi nulla delle tante promesse elargite all’elettorato, salvo peggiorare ancor più i conti dello Stato; non una qualche analisi sulla necessità di modificare il modello di sviluppo e gli assetti del nostro capitalismo; poco o niente sul sistema di welfare da trasformare nella direzione delle opportunità, e dunque da ridurre sul terreno dei diritti. Tutti, invece, impegnati a confermare quel federalismo che, introdotto prima con la riforma del titolo V della Costituzione e poi ribadito con la devolution, ha saputo solo generare danni: ha fatto lievitare la spesa pubblica, ha compensato con le tasse locali la riduzione delle aliquote delle imposte nazionali, ha impedito la realizzazione delle grandi opere introducendo ulteriori “filtri” nei passaggi burocratici. Davvero: se si dovessero realizzare le politiche urlate in campagna elettorale, e soprattutto se le “non politiche” taciute rimarranno tali, il Paese non uscirà di certo dal suo declino strutturale.

Prendiamo il centro-destra. Il programma ufficiale – i famosi “dieci punti”, ovvero il secondo “contratto” con gli italiani – ancora non c’è, ma è ovvio che il giudizio si basi sull’operato del governo uscente. E qui ci aiuta il documentato Luca Ricolfi, che nel suo “Tempo scaduto” edito dal Mulino, nel fare il tagliando al primo Berlusconi (i suoi dati si fermano al 2004 e quindi non coprono il Berluconi bis) sostiene che l’unica promessa del 2001 mantenuta per intero è stata quella relativa all’aumento delle pensioni minime, mentre sugli altri punti del programma il giudizio è articolato ma nel complesso sostanzialmente negativo. Il lavoro di Ricolfi è davvero molto analitico, e dunque difficilmente controvertibile, e quel che più conta non appare mai prevenuto. Ma il vero nodo è un altro: sta nella fragilità dell’analisi fatta a suo tempo, quando si immaginavano tassi di crescita del tutto illusori e quindi spazi di manovra sul piano della finanza pubblica assolutamente inesistenti. Un errore che il governo non ha avuto il coraggio e la lungimiranza di correggere, neppure di fronte ad un avvenimento epocale come l’11 settembre, peraltro evocato a sproposito, quale giustificazione della stagnazione permanente in cui l’economia italiana ha vissuto in questi cinque anni. Al contrario, il governo ha proceduto di semestre in semestre a pronosticare che quello successivo sarebbe stato decisivo per la ripresa, senza attuare uno straccio di politica industriale e “bruciando” la propria coesione politica sulla questione delle grandi opere e persino sul nucleare – dimostrata a inizio legislatura con la “legge obiettivo” – sull’altare del dilettantismo politico nella gestione dell’apparato burocratico e soprattutto del localismo più becero generato dal federalismo. Ovvio, quindi, che a fine mandato il piatto dei risultati soppesati da Ricolfi pianga. Così com’è significativo che lo stesso studioso torinese abbia preventivamente calcolato in 80 miliardi, al netto delle manovre di correzione dei conti pubblici, il costo annuo delle promesse fatte in questi giorni dal premier – dall’abolizione dell’Irap all’ulteriore riduzione delle aliquote fiscali passando per un ritocco delle pensioni minime a 800 euro – che presumibilmente finiranno per diventare il nuovo contratto con gli italiani.

Non meno disperante – e anche qui Ricolfi ci conforta – è il quadro programmatico del centro-sinistra. Non solo perché, come scrive Alberto Alesina sul Sole 24Ore, “284 pagine sono inutili e fuorvianti, piene di luoghi comuni e senza alcuna scala di priorità”, ma soprattutto perchè non c’è né un’analisi seria sulla condizione della nostra economia – cosa sarebbe stata più facile per una forza che è stata all’opposizione – né l’ombra di un progetto Paese. Il programma di Prodi è una sorta di enciclopedia del “nuovismo”, con la furia iconoclasta di chi vuole azzerare sempre e comunque il lavoro del governo precedente. L’esempio più calzante è quello del mercato del lavoro, un terreno sul quale il governo Berlusconi ha ottenuto buoni risultati – Ricolfi nel suo libro parla di “deprecarizzazione”, cioè esattamente il contrario delle accuse che da sinistra si avanzano – e dove la continuità con le riforme del centro sinistra del 1996 (vedi “pacchetto Treu”) è stata fondamentale. Invece nel programma di Prodi si parla di “superamento della legge Biagi” – finendo per sposare la “linea Fiom” – quando gli stessi riformisti del centro-sinistra hanno sempre detto che si sarebbe dovuta semplicemente completare. Laddove si avanzano suggerimenti giusti, come quello del taglio del cuneo fiscale, si evita di quantificarne i costi – nello specifico, i cinque punti ipotizzati sacrificherebbero un punto di pil – e tantomeno di indicarne le coperture.

Parafrasando Totò: e poi dice che uno si butta sull’astensione!

Pubblicato sul Foglio del 17 febbraio 2006

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