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Public Policy

La generalizzazione delle lobbies

Professional Day

Il Governo si deve rendere conto che i liberi professionisti vanno valorizzati per la modernizzazione del paese

di Enrico Cisnetto - 02 marzo 2012

Che guaio, generalizzare. Che errore, enfatizzare. Intorno al decreto liberalizzazioni, su cui ieri il governo ha incassato il sì del senato avendo messo (impropriamente) la fiducia, si è aperta la gara a chi sbaglia di più. Sbagliato è stato ingigantire la portata di questi interventi, dandogli un valore salvifico che non hanno e facendo credere che essi genereranno automaticamente sviluppo – quando invece, al massimo predispongono un ambiente favorevole alla crescita, ma non la determinano – così come è stato un errore, dovuto alla fretta, selezionare alcuni obiettivi, invece di affrontare organicamente l’intera materia.

Ma è anche una sciocchezza l’idea che il decreto vada giudicato nel suo insieme, distinguendo ideologicamente tra chi è pro (liberalizzatore) e chi è contro (conservatore, dirigista), quando invece la diversità delle norme dovrebbe indurre ad esaminarle in dettaglio senza appiccicare etichette. Anche questa rappresentazione di un “assalto delle lobbies” che condiziona il Parlamento, come se la rappresentanza trasparente degli interessi (leciti) non sia legittima e la presenza di gruppi di pressione un’espressione di democrazia, rende epocale ciò che in realtà è piuttosto banale. Inoltre, se ogni interesse è rappresentato, il sistema funziona perchè ci sono lobbisti che spingono in direzioni opposte – spetta poi al parlamento tener conto o meno delle loro tesi, e agli elettori giudicare – e accomunarli come se fossero i “cattivi” che condizionano e corrompono, mentre i “buoni” sono coloro che sono sempre e comunque favorevoli, mi sembra una scelta fessa.

Così, per colpa di queste generalizzazioni manichee, una iniziativa come il “professional day” che ieri ha unito il milione e mezzo di liberi professionisti che operano in diversi settori in tutta Italia, prima è stata presentata come la rivolta dei privilegiati, sulle barricate per opporsi a norme che giustamente limavano le unghie ai loro porci interessi, poi, dopo che il governo ha accolto alcune delle loro obiezioni e richieste, è diventata la manifestazione della vittoria degli interessi particolari su quelli generali. Ora, può darsi che alcune modifiche che il governo ha accettato (o subito) siano peggiorative, dal punto di vista dei cittadini-consumatori e del sistema economico nel suo insieme. Ed è giusto criticare questi eventuali passi indietro.

Ma allo stesso modo, è possibile che tra le norme proposte dal governo ce ne siano alcune inutili, cervellotiche o addirittura dannose. Si può dirlo senza passare per difensori dei peggiori vizi italici? Per esempio, se si decide che tutte le srl e le spa sotto una certa dimensione passano da tre a un sindaco revisore dei conti, si danneggia sì i commercialisti – che è naturale che protestino – ma più ancora si rischia di abbassare i livelli di trasparenza e controllo delle società, e di indurre anche i grandi imprenditori a usare solo srl, cosa che certo non aiuta il superamento del nanismo del nostro capitalismo. Dirlo è partigianeria o, peggio, lobbismo occulto? Oppure, al contrario, è cedimento di un governo imbelle aver preso atto che nella norma che stabilisce la possibilità che gli studi professionali si trasformino in società di capitali è opportuno mettere un tetto (si è scelto il 33%) alle quote dei soci non professionisti? Io penso sia buon senso.

E per quale dovrebbe essere considerata “indebita” la pressione fatta dall’Abi, attraverso le dimissioni del suo comitato di presidenza, perché sia cancellata la norma sulle commissioni bancarie che impone “prezzi amministrati”? Solo perché fa consenso far vedere che si è contro i banchieri? E perché le banche sono “cattive” quando pretendono di fare profitti – magari per distribuirli a centinaia di migliaia di piccoli azionisti – e sono “normali”, non degni di nota, quando firmano (per la seconda volta in poco tempo) la moratoria sui debiti delle pmi? Ma il vero pericolo, al di là dei definitivi contenuti del decreto, credo stia nella strisciante criminalizzazione di un ceto, quello dei liberi professionisti, che viene dipinto non come chi produce il 15% del pil, bensì come un accolita di ricchi furbastri che si sono trasformati in lobbisti corruttori (morali se non materiali) solo perché si sono permessi di dire la loro opinione su alcuni provvedimenti che li riguardano. Dario Di Vico ha ben descritto sul Corriere della Sera, in diversi articoli, il contrasto tra il valore socio-economico del professionalismo e il giudizio che su di esso viene alimentato. E ha giustamente richiamato la necessità, invece, di valorizzare questo pezzo di borghesia ai fini della modernizzazione del Paese. Non so se il “professional day” di ieri sia servito a questo, ma certo è stato un segnale significativo che un governo forte e un sistema politico lungimirante farebbero bene a cogliere.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario