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Di nuovo alla ribalta i travagli della Telecom

Prodi: dalla Cina con furore

Resta sullo sfondo il nodo cruciale dei limiti dell'intervento statale sulle imprese

di Elio Di Caprio - 15 settembre 2006

Non sappiamo se i giornali cinesi prestino adesso all"Italia la medesima attenzione riservata all"epoca dei “ bambini cinesi bolliti”, messi infelicemente in gioco da Silvio Berlusconi nel corso dell" ultima campagna elettorale.
Certo che se si interessassero in dettaglio ( ma ne vale la pena?) di quanto avviene in quella che è ancora la sesta o settima potenza industriale nel mondo, scoprirebbero che poi quel sistema Italia che si presenta pomposamente nelle città cinesi con la maxidelegazione di Prodi per riagguantare le occasioni commerciali mancate e recuperare il terreno perduto, è molto più gracile di quello che vuol sembrare.
La rinnovata rincorsa al mercato cinese non ha dato finora i frutti sperati.
Non ci siamo preparati in tempo alla novità dei mercati asiatici emergenti e abbiamo fatto poco per essere presenti ai nastri di partenza, anzi rispetto agli anni passati presentiamo carenze strutturali maggiori.
Di chi la colpa o la responsabilità? Del Governo, del cosiddetto sistema-Paese mal coordinato e mal strutturato, o delle imprese che questa volta non sono state in grado di fare da battistrada, come sempre hanno fatto su altri mercati, per aprirsi nuovi canali commerciali?
In Italia non operano le multinazionali presenti in altri Paesi occidentali avanzati ma qualcosa in più si poteva fare per rendere più affidabile e duratura la nostra presenza in mercati emergenti così promettenti.
Certo se poi leggiamo che qualche imprenditore cinese esita a dirottare il suo export dal porto di Amburgo a quello di Gioia Tauro o di Napoli perchè dopo non sa su quale infrastruttura stradale sicura può instradare la sua merce per arrivare ai mercati di destinazione, qualche riflessione va fatta sulla nostra inadeguatezza, sui ritardi accumulati, sugli errori compiuti.
Né è facile porre riparo in tempo ad alcuni errori che riguardano lo sviluppo delle nostre reti, da quella autostradale, a quella telefonica, a quelle energetiche. Il problema , come si vede, ha le sue proiezioni esterne e va oltre i disagi del nostro vivere quotidiano.
E" una coincidenza emblematica che lo stesso Romano Prodi, pur impegnato in una missione così importante sul mercato cinese, sia stato costretto a dirottare la sua attenzione sui problemi di casa nostra, prendendo carta e penna per maldestramente rintuzzare le prime polemiche sul destino della nostra rete telefonica, dopo che il presidente Telecom ha annunciato un nuovo progetto industriale. Più che un intrigo sembra l"ennesimo poco intrigante pasticcio della travagliata vita della nostra società telefonica.
Romano Prodi questa volta è entrato a gamba tesa nel gioco forse perchè si sente il primo responsabile politico della privatizzazione di Telecom. Nessuno fiatò nel centrosinistra quando Massimo D" Alema, successore di Prodi alla presidenza del Consiglio, concordò e dette luce verde alla scorribanda finanziaria di Colaninno e soci per impadronirsi di Telecom. E ora si pretenderebbe che il nuovo proprietario di Telecom, Tronchetti Provera, possa procedere a scorpori e vendite senza nemmeno avvisare Prodi?
A parte le intricate vicende della telefonia mobile, prima consolidata con la rete fissa e ora di nuovo da essa separata, si scopre che nei giochi di aggiustamento finanziaro previsti dal progetto industriale di Tronchetti, ammesso che vada avanti, resta indefinito il destino della rete telefonica di cui tutti scoprono la rilevanza strategica, tanto che lo stesso Prodi e i suoi consulenti si sarebbero preoccupati di demandarne il controllo alla Cassa dei Depositi e Prestiti per evitare scalate ostili, con una mossa analoga a quella fatta dal governo Berlusconi per ciò che concerne le altre reti “strategiche” e gli enti energetici.
Il teatrino è comunque cominciato e va a ruota libera, ancora più grottesco e inutile se pensiamo che arriva in ritardo rispetto alle decisioni imprenditoriali.
Ronchi per conto di Fini – non si sa mai se i portavoce interpretino o si inventino quello che il capo avrebbe voluto dire – sostiene in prima battuta che tutte le reti andrebbero ricollegate in una public company ad hoc, mentre i vecchi internazionalisti di Rifondazione riscoprono la Nazione a cui non potrebbero mai essere sottratte le reti pubbliche strategiche. Consuete approssimazioni a destra che fanno da contrappeso alle sparate demagogiche dell"estrema sinistra...
Solo che Ronchi ha dimenticato che l"Autorità per l"Energia è in lotta da tempo con l"Eni per privatizzare e non pubblicizzare Snam Rete Gas e gli esponenti di Rifondazione omettono di ricordare che la “golden share” è stata più volte rimaneggiata dal centro-sinistra tanto da renderla strumento inefficace per impedire scalate ostili alle società quotate in borsa.
Il teatrino della politica italiana verrà presto dirottato su altri temi.
Resta invece inalterato il problema di come rafforzare il sistema -Paese che da anni perde colpi proprio nella sua capacità competitiva.
Siamo proprio sicuri che basta una maxidelegazione che scopre in ritardo il mercato cinese ad invertire la pericolosa china di discesa della quota italiana nel commercio mondiale?

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario