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L'incoerenza del decreto scuola

Priorità vaporizzate

Riprende vita la e-sigaretta, ma alla vita non vengono gli e-libri. Così il sapere va in fumo

di Davide Giacalone - 12 novembre 2013

Ora si può svampare liberamente, intanto si continua a decretare e legiferare da svampiti. La sigaretta elettronica diffonde nuvole di vapore e produce discussioni fumose su cosa sia nocivo e cosa no, la decretazione incongrua e incostituzionale, senza alcun controllo di coerenza e urgenza tematica, produce caos nelle regole e comicità dei risultati. Tanto per dirne una: nel decreto relativo alla scuola riprende vita la e-sigaretta (e-cig), ma alla vita non vengono gli e-libri (e-books). Bel risultato.

E, del resto, i divieti erano stati introdotti nel giugno scorso, da un decreto governativo intitolato all’Iva e al lavoro. Diciamo che sugli argomenti di cui al titolo poteva andare meglio, mentre su quelli insalsicciati abusivamente e confusionariamente non poteva andare peggio. Tanto più che la cancellazione di tutti i divieti, talché si passa dalla proibizione assoluta alla possibilità che ti svampino al fianco pure al ristorante o al cinema, non discende da un emendamento parlamentare, ma dall’interazione fra quello è il parere del governo che, rappresentato dal dicastero dell’istruzione, ha suggerito lo stralcio dell’intera questione. Quindi: il medesimo governo che proibì per decreto ora consente tutto, nel modificare un decreto.

Potremmo riderne e basta, perché tanto chi se ne frega. Continueremo a regolarci secondo educazione e cafonaggine, posto che mentre si mangia un pesce disturba non solo il fumo, ma anche il profumo in cui s’immerse la damazza del tavolo accanto (per non dire in aereo). Ma non c’è un bel niente da ridere, perché questo è il modo in cui un plotone d’arroganti incapaci continua a pretendere di regolare tutto non sapendosi regolare su nulla. Anche sulle numerose scadenze fiscali cui adempiere, da qui alla fine dell’anno, regna il caos e l’indeterminatezza. E voglio vedere chi ne ride.

Il fatto è che i governi (tutti i governi) non sanno governare che per decreto. Diciamola onestamente: non si può governare che per decreto. Ma oltre a non sapere governare non sanno neanche decretare. Con la differenza che quando il governo lo scelgono gli elettori il Quirinale s’erge a sentinella costituzionale, quando il governo lo sceglie il Quirinale dal medesimo Colle non si fiata. Così si svampa.

Il decreto scuola, infine, ci restituisce le sigarette elettroniche, ma cincischia e perde tempo sulla digitalizzazione della didattica. Non ci sono soldi, si dice. Non è vero: non c’è capacità. Né d’intendere né di volere. Le famiglie spendono, per i libri scolastici, più di quel che costerebbero i tablet. I sistemi informatici per farli funzionare costano due lire. La produzione di contenuti è più facile, più economica e più aggiornabile. I docenti bravi sarebbero a loro volta fonti di sapere e valore collettivi. Tutte le scuole sono già connesse, non in banda larga, ma già connesse. Basterebbe saper decidere e avere il coraggio di farlo come lo si fece per le dichiarazioni dei redditi: si fissa una data (si può fare oggi stesso) e a partire da quella cambia il sistema.

Invece no. Il ministro dell’istruzione vuol mandare via dalle università i docenti con più di 70 anni, dimenticando che a quell’età scatta la pensione. Sicché ha chiesto quel che c’è già (semmai molti vorrebbero andarci prima). Il problema non sono i vecchi e i giovani, ma i bravi e le capre. D’ogni età. Serve autonomia e libertà, cancellazione del valore legale del titolo di studio e concorrenza. Non servono pistolotti retorici e melensi. Lo stesso ministro (che ha ragione quando se la prende con il modo in cui sono state introdotte le poche lavagne interattive esistenti) s’acconcia a tenere i testi stampati. I quintali di pagine imposti come costo alle famiglie. A fronte dei quali produciamo studenti che sanno leggere e capire meno dei loro colleghi che studiano al computer. Come ci riusciamo? Facile: quei libri di testo sono delle schifezze, la scuola non è meritocratica, il sapere è un optional.

E non c’è modo di riderne, perché in questo modo bruciamo il petrolio che si trova nel giacimento della cultura. Ne siamo potenzialmente ricchi, ma fattivamente lo distruggiamo. Uscire da questa condizione non è solo doveroso, è anche facile. Se solo a decidere e governare ci fosse chi ha idea di quel che sta facendo.

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