ultimora
Public Policy
  • Home » 
  • Archivio » 
  • Prima la riforma e poi l'amnistia

Giustizia e carceri al collasso

Prima la riforma e poi l'amnistia

L’indulto non serve a nulla e l’amnistia si dovrà fare. Ma non per perdonare i delinquenti, bensì per perdonare lo Stato che non riesce a far funzionare la giustizia

di Davide Giacalone - 29 settembre 2012

Il presidente della Repubblica auspica che il Parlamento “rifletta sull’attuale formulazione dell’articolo 79 della Costituzione”, con la quale è di fatto impossibile l’amnistia. Chissà se rammenta il nome di chi presiedeva la Camera dei deputati, quando quella riforma vile e dannosa fu varata, nel 1992? Giorgio Napolitano.

Allora il Parlamento si legò le mani, con i parlamentari che speravano di evitare di farsele ammanettare. Allora si decise che l’amnistia non era una prerogativa presidenziale, ma parlamentare, richiedente i due terzi dei voti. In quanto alla sostanza: l’indulto non serve a nulla e l’amnistia si dovrà fare. Ma non per perdonare i delinquenti, bensì per perdonare lo Stato che non riesce a far funzionare la giustizia.

L’errore è sempre lo stesso, allora come oggi: corsero a votare per alzare le braccia e promettere che non si sarebbero perdonati da sé soli, dopo averlo fatto esattamente tre anni prima ed avere, così, salvato il finanziamento illecito del partito comunista, avrebbero dovuto, invece, impegnarsi affinché ciascuno fosse giudicato in modo regolare e in tempi umani, salvo raccontare con onestà la vera storia di quello scorcio finale di guerra fredda.

Oggi Napolitano pensa alla clemenza con la mente rivolta alla situazione incivile del carcere. Fa bene, ma non basta, perché il punto è: in quel posto incivile la metà degli ospiti non sono dei condannati che scontano la pena, ma che attendono un verdetto. Allora come oggi, per paura o falsa carità, si cerca di nascondere il problema: in Italia manca la giustizia, che nessuno prova a riformare seriamente, avendo il timore di finire immediatamente nel mirino dei riluttanti a essere riformati. Un potere autonomo e autoreferente, che non disdegna l’occupare i poteri altrui.

E veniamo al dunque: la sola idea che ci si appelli collettivamente alla clemenza è ripugnante. In uno Stato serio le leggi si rispettano e le pene si scontano. Naturalmente esistono le sentenze ingiuste, sicché è da beoti affermare che vanno anche elogiate, oltre che rispettate. Se ingiuste per errore ci si inginocchia tutti davanti alla vittima, che paga per quello che è pur sempre un bisogno generale: la giustizia. Se ingiuste per faziosità, strumentalità o incapacità, allora si punisce chi le costruisce. La clemenza è solo una reminiscenza monarchica, che suppone il grazioso sovrano abbia maggiore lungimiranza e senso d’equilibrio degli altri umani. Ridicolo.

L’indulto (che è uno sconto sulla pena) lo abbiamo già fatto, mettendolo sul conto di Giovanni Paolo II, sebbene a scoppio ritardato. Le cose sono andate esattamente come noi prevedemmo e annunciammo: gran giubilo di colpevoli in libertà (l’indulto aiuta solo i colpevoli, mentre è inutile agli innocenti); tribunali comunque intasati; prigioni solo momentaneamente alleggerite; tempo pochi mesi si era punto e a capo. Sono contrario a che se ne facciano altri e favorevole a che si cancelli la sua stessa esistenza nel nostro ordinamento.

Diverso il discorso dell’amnistia (che consiste in un’estinzione del reato, quindi non cancella solo le pene, ma anche i processi in corso). In quanto provvedimento di clemenza è anch’essa un’ingiustizia, ai danni delle persone oneste. Ma il fatto è che, come detto, in Italia non funziona la giustizia, quindi le persone oneste è bene optino per il male minore. Che è il seguente:
a. prima si riforma la giustizia (separando le carriere, introducendo tempi certi e non derogabili, digitalizzando il procedimento, stabilendo la responsabilità per chi sbaglia, ecc.);
b. poi, per evitare che la riforma appena fatta sia seppellita sotto al peso di un arretrato mostruoso e ingestibile, si vara l’amnistia. Prima la riforma, poi l’amnistia. Usarla solo come sfollacarcere non mi convince, come non mi convinse l’indulto: se non si sana la causa l’infezione torna.

Ovviamente ciò significa che è semplicemente sciocco credere si possa fare in questa legislatura, già morta e finita. E aggiungo: se per la prossima già si annuncia un ulteriore governo tecnico e non politico, lasciamo che diventi materia professorale e professionale anche la giustizia e il perdono? Ove accada non sarebbe morta solo la politica, ma sarebbe agonizzante la democrazia stessa

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario