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Inutile prendersela con l'inflazione

Prezzi e tasse, crescita univoca

I bassi salari sono il problema. L'anemia produttiva ne è la causa.

di Davide Giacalone - 04 dicembre 2007

Dice Bersani: non ci sono alibi, è ora di fare le liberalizzazioni. Ma non le aveva già fatte nel giugno del 2006 e son già fallite pure nel mercato dei taxi? Dice Prodi: non serve abbassare le tasse se poi salgono i prezzi. Tranquillo, salgono entrambe. Più tasse comunali e locali, grazie al modo in cui è concepita la finanziaria. Più fisco e previdenza sul costo del lavoro, grazie al modo in cui ha “riformato” le pensioni. Prezzi alti dei generi alimentari, anche perché le liberalizzazioni le abbiamo fatte solo nelle interviste di Bersani. Qualcuno mandi una navicella sul pianeta che li ospita e racconti loro la realtà.

E’ del tutto inutile prendersela con l’aumento dei prezzi, perché l’inflazione italiana è inferiore a quella europea ed il nostro problema è che sono piantati in basso redditi e salari. Guadagniamo troppo poco perché produciamo troppo poco e ci sviluppiamo ad un ritmo lentissimo, il più basso d’Europa. L’anemia produttiva s’accompagna a politiche conservative, talché si spendono denari non per aprire la strada ai migliori e far correre i veloci, ma per mantenere un esercito sedentario ed improduttivo, che oramai ritiene un diritto inalienabile il campare alle spalle della spesa pubblica. E la follia che si possa vivere tutti di rendita è divenuta così forte che il governo suggerisce che se si mettono sotto controllo i prezzi tutto va a posto. Invece accade il contrario: da noi l’inflazione è più bassa perché il mercato cresce meno, quindi c’impoveriamo ogni giorno di più. Poi possiamo scatenare una miserabile guerra di retroguardia, riportando d’attualità la battaglia del pane, ma saremo solo polli manzoniani, che si beccano nel mentre vanno verso la pentola.

Quando ci si prende una pausa, e si guarda la scena politica, si ha una sgradevole sensazione di spaesamento. C’è un mondo che si compiace di sé ed ha cancellato la realtà. Forse non era necessario portare Blair a Venezia per sentirsi dire che categorie come “destra e sinistra” non servono più né a leggere il mondo né ad elaborare politiche. Ma da noi restano forti perché quando mancano idee sul futuro ci si appiccica alle identità del passato, si continua a giocare una partita già chiusa da anni. Non è più la forza delle ideologie, a bloccarci, ma la debolezza del pensiero riformatore.

www.davidegiacalone.it

Pubblicato da Libero di martedì 4 dicembre

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario