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Lettera aperta a Silvio Berlusconi

Presidente, dica la verità

È il momento di parlare chiaramente all’intera Nazione per richiamare tutti alla responsabilità

di Enrico Cisnetto - 09 marzo 2009

Caro Presidente Berlusconi, sebbene “annus horribilis” sia un’espressione che nel gergo giornalistico è stata fin troppo abusata negli ultimi tempi, adesso il fatto che anche il ministro Tremonti la utilizzi riguardo a questo 2009 dell’economia italiana, segnala che siamo veramente giunti al limite. Del resto, quella del suo ministro è solo l’ennesima certificazione dello stato delle cose.

Negli ultimi giorni, infatti, è arrivata una raffica di dati che non hanno bisogno di commenti: prima la doccia fredda sulla cassa integrazione, poi le stime di Bankitalia e Confindustria sulla (de)crescita economica, peggiori delle loro precedenti aspettative. Ma io, se mi consente, Le suggerisco di fare una valutazione più articolato, basato sul raffronto con l’andamento dei nostri competitori. La crisi c’è per tutti, ci mancherebbe, ma attenzione a crogiolarci ancora una volta nella (si fa per dire) “rassicurante” idea che essa abbia solo caratteri e ragioni internazionali, e che in fondo il “mal comune” sia un “mezzo gaudio”.

Lo si comprende chiaramente incrociando i dati del Fondo Monetario con quelli di Eurostat. A fine gennaio, infatti, l’Fmi ha rivisto in negativo il già tetro outlook sull’Italia che aveva emesso a ottobre, prevedendo per noi un calo del Pil dello 0,6% nel 2008, una flessione del 2,1% nel 2009 e dello 0,1% nel 2010. Sono stime che poi sono state abbondantemente peggiorate da quelle di Bankitalia e Confindustria, ma sono comunque di particolare importanza perché certificano che l’Italia è l’unico paese occidentale che subirà un triennio di recessione piena.

Per intenderci, mentre noi nel periodo 2008-2010 avremo complessivamente 2,8 punti di decrescita, la Germania 1,1 e la Francia ne perderà solo 4 decimi. Non solo, ma nel pur horribilis 2008 sono solo due i paesi occidentali che hanno chiuso col segno meno l’anno: l’Italia e il Giappone. Dunque, come si vede, la crisi è certamente di origine e natura internazionale, ma la specificità tutta italiana pesa non meno. Lo ha spiegato, del resto, lo stesso vice direttore del dipartimento ricerca economica dell’Fmi, Charles Collyns, secondo cui “l’Italia è entrata nella crisi in una situazione già debole”.

Altri dati che devono far riflettere sono quelli di fonte Eurostat sul biennio 2007-2008. Secondo l’istituto europeo di statistica, il pil dell’Eurozona è cresciuto del 2,6% nel 2007 e dello 0,8% nel 2008, mentre gli Stati Uniti hanno segnato una performance pari a +2% (2007) e +1,1% (2008). Se si confrontano questi dati con quelli italiani ormai definitivi rilasciati nei giorni scorsi dall’Istat (+1,5% nel 2007 e -1% nel 2008), si evincono tre cose.

Primo: l’Italia da un anno all’altro ha registrato il peggior tonfo, pari a una perdita di 2,5 punti di pil, contro 1,8 punti dell’area euro e 0,9 punti degli Usa. Secondo: a livello di benchmark europeo, si scopre come l’Italia continui ad aumentare il gap verso i suoi principali competitori. Nel 2007, infatti, ha segnato una “forbice” di 1,1 punti di minor crescita con la media di Eurolandia (1,5% contro 2,6%), mentre nel 2008 la forbice sale a 1,8 punti (-1% italiano contro +0,8% europeo). Una performance negativa, dunque, di circa il 60%. Terzo: se facciamo il raffronto con gli Usa, che pure sono l"epicentro della crisi, vediamo che il confronto è ancora più devastante, perché il differenziale di 0,5% del 2007 sale a 2,1 nel 2008, più che quadruplicandosi.

Dal combinato disposto di queste analisi, signor Presidente, emerge chiaramente una diagnosi: anche di fronte ad una crisi che ha certamente caratteristiche “globali”, l’Italia soccombe per le sue intrinseche debolezze. E’ un declino, quello italiano, che viene da lontano: se si confrontano i dati sopra citati con quelli degli ultimi tre lustri è evidente che si tratta di un “continuum” storico che risente solo in parte della congiuntura mondiale. Da quindici anni, infatti, la forbice di crescita con gli altri Paesi non fa che aumentare: il divario è stato di circa 1 punto di pil all’anno rispetto alla media Ue, e di quasi due punti e mezzo rispetto agli Stati Uniti. Ma se in passato questa nostra subalternità non si è comunque tradotta in un eccessivo impoverimento reale del Paese – e ciò è stato grazie ad alcuni “ammortizzatori sociali impropri” del nostro capitalismo (il lavoro nero, il sommerso, l’evasione fiscale) e all’ingente patrimonio, soprattutto immobiliare, delle famiglie – adesso, però, il rischio è assai più alto.

Con la recessione siamo di fronte alla chiusura di imprese, a nuova disoccupazione, eventualmente occultata dal boom della cassa integrazione, ad una progressiva diminuzione della capacità di risparmio (secondo l’Ocse, l’Italia è scivolata al 20esimo posto tra i paesi industrializzati per pil pro-capite, mentre il numero degli italiani che non riesce a risparmiare era il 51% nel 2007 ed è cresciuto nel 2008 al 69%), con la fine del paradigma della “casa di famiglia” (secondo le associazioni di categoria il 20% delle abitazioni acquistate a mutuo sono a rischio pignoramento nel corso del 2009), la crisi, dopo aver rosicchiato il “grasso” del sistema-paese, ora sta iniziando ad intaccare il muscolo. Ora, in mancanza di ammortizzatori sociali che proteggano i lavoratori ma non necessariamente il posto di lavoro (solo così si può approfittare della crisi per cambiare in profondità la nostra economia) e senza le risorse che, a fronte di un debito che sarebbe una iattura aumentare, possono derivare solo da radicali riforme strutturali, a cominciare da quella della previdenza, non è strumentale catastrofismo prevedere una stagione di sofferenza e di conflitto sociale pesanti.

Di fronte a questo scenario, Le chiedo, signor Presidente, di non indugiare oltre e agire di conseguenza. Lei ha la fortuna di avere un governo dotato della più ampia maggioranza parlamentare del Dopoguerra: utilizzi questo vasto consenso per dire agli italiani come stanno davvero le cose, senza eccesso di allarmismo ma anche senza nascondere nulla. Un discorso alla Nazione, signor Presidente. A l’intera Nazione. Richiamando tutti, a cominciare da Lei e dal suo Governo per finire all’ultimo dei cittadini, alla responsabilità dei momenti più gravi. Anche a costo di perdere qualche simpatia. Gliene saremmo grati.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario