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L'inflazione morde in Europa e in Italia

Preoccupazione sì, allarme no

La Bce non agisca sulla base di dati congiunturali. Pericolo supereuro

di Enrico Cisnetto - 03 dicembre 2007

Preoccupazione sì, allarme no. La fiammata dell’inflazione registrata a novembre – 2,4% contro il 2,1% del mese precedente, ed è livello massimo toccato dal giugno 2004 – desta apprensione perché rappresenta un’inversione di tendenza rispetto a un calo strutturale e generalizzato che ha attraversato un po’ tutti i maggiori paesi nel medio periodo. Ma nello stesso tempo non deve più di tanto spaventare, perchè ci sono molte ragioni per considerare questa impennata del costo della vita di natura congiunturale. Infatti, basta andare a vedere gli anni 2005 e nel 2006 per notare che, sia in Italia sia in Europa, l’incremento dei prezzi al consumo era stato del 2,2%, quasi dimezzato rispetto all’inizio del decennio precedente. E che per i primi tre trimestri del 2007, prima della crescita di ottobre (+2,6%) e novembre (+3%), la media nell’area euro si era attestata all’1,9%, mentre nel nostro Paese era stata addirittura ad essa inferiore, fermandosi all’1,85%. Inoltre, il divario a nostro favore – una volta tanto – con Eurolandia risulta addirittura aumentato, essendo oggi misurabile in sei decimi di punto in meno. Infine, la spinta inflazionistica di novembre è spiegata con le turbolenze internazionali che si sono manifestate intorno ad alcune materie prime, tanto che il settore alimentare e quello dell’energia risultano i maggiori responsabili dell’aumento, e che colpiscono un’economia sì in crescita (modesta), ma ancora non in salute. E semmai, a destare maggiore preoccupazione dovrebbero proprio essere i motivi per cui il petrolio vicino ai 100 dollari al barile – per fortuna parzialmente compensato dall’unico vantaggio che ci porta il supereuro – e la corsa al rialzo di alcune materie prime alimentari iniziata fin dallo scorso luglio (cereali +60%, farine +50%, uova +20%, oli vegetali +30%, latte e derivati +30%, latte in polvere +100%, burro +50%, carni +20-40%), per noi rappresentano una pesante spada di Damocle sulla testa. Il riferimento è ad un sistema energetico tutto sbilanciato su greggio e gas e ad un’agricoltura che un malinteso senso del made in Italy agro-alimentare ha costretto a subire una forte regressione degli spazi e delle politiche dedicate alle coltivazioni intensive. Cioè al fatto che nell’uno come nell’altro caso l’Italia sia vittima degli “ecobugiardi” – secondo la fantastica definizione dei lavoratori della centrale Enel di Civitavecchia, che l’altro giorno hanno giustamente mandato a quel paese dei manifestanti di Greenpeace – e di una classe politica succube delle loro parole d’ordine. Tornando al costo della vita, sarà bene chiarire una volta per tutte che se ci sono famiglie che non arrivano alla fine del mese – e ce ne sono un numero ancora limitato ma crescente in modo esponenziale – la colpa è del reddito insufficiente, non dell’inflazione. E’ sul fronte di quanto ci entra nel portafoglio, più che su quanto ci esce, che dobbiamo agire. E per farlo è giusto porre la questione di una crescita significativa di salari e stipendi, ma se non vogliamo che essa vada a ulteriore detrimento di una produttività già bassa, dobbiamo dirci che il nodo vero, per l’Italia ma anche per l’Europa, è il ritorno ad uno sviluppo economico decisamente sopra il 3%.

Insomma, preoccupiamoci pure – come è giusto che sia – per questa fiammata dei prezzi, ma convinciamoci che oggi l’inflazione è e rimane l’ultimo dei nostri problemi. Se ne convincano soprattutto i banchieri della Bce, che in questi anni al mito della lotta all’inflazione hanno sacrificato la politica monetaria, riflettano sul fatto, sottolineato anche dalla Goldman Sachs in una lettera aperta, che la doppia anomalia di un cambio forte – con l’euro che è ormai ad un passo dalla soglia “psicologica” di 1,50 rispetto al dollaro – e alti tassi d’interesse continua ad costituire un pesante freno alla crescita. E ci facciano un pensierino anche i nostri politici, che ieri hanno strillato (quelli dell’opposizione) e promesso interventi impossibili (quelli di maggioranza), senza capire che una nuova politica energetica, industriale e agricola sono le cose su cui dovrebbero, magari insieme, impegnarsi.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario