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Public Policy

Il dilemma elettorale

Preferenza votante

La legge elettorale è al centro del dibattito fra pseudo esperti. Ma gli italiani non si curano di questa litania partitista

di Davide Giacalone - 27 gennaio 2014

Il sistema elettorale è tema che intriga assai l’Italia politica e giornalistica. La tribù dei piccoli politologi sfida quella dei piccoli costituzionalisti. La cosa comica consiste nel volere avvalorare le proprie opinioni con l’ida che siano quelle “volute dal popolo”. Il Corriere della Sera, ad esempio, ha accertato che sei italiani su dieci approvano l’Italicum, che sarebbe il modello su cui insiste l’accordo fra Silvio Berlusconi e Matteo Renzi. Brutto nome nome, che oltre a martoriarci con il latinorum per illetterati evoca il tristemente noto Italicus, ovvero un treno che ospitò una bomba e una strage. Mi domando, comunque, come facciano a consentire quei sei, giacché si dovrebbe supporre che abbiano capito come dovrebbe funzionare. Cosa piuttosto oscura. Ho l’impressione che gli italiani non preferiscano votare con questo o quel sistema, né preferiscano occuparsene da specialisti, ma preferirebbero essere chiamati alle urne affinché il loro voto non sia solo il punto di partenza per una lunga e inconcludente menata politicista.

Per ottenere questo risultato serve poco accanirsi sui sistemi elettorali, perché è necessario che siano coerenti con quelli costituzionali. Ma nessuno ha ancora detto niente di significativo e fattivo circa la Repubblica presidenziale o il sistema di premierato. Si parla d’altro. Che è dilettevole assai, ma anche dileggiante.

Prendete il caso delle preferenze: secondo taluni il popolo le vuole, perché così potrebbe scegliere i parlamentari. In tal senso anche la bislacca sentenza della Corte costituzionale. Si dà il caso, però, che venti anni fa le preferenze furono ridotte e tendenzialmente cancellate, a furor di referendum, perché gli elettori immaginarono di togliere un trastullo ai partiti. E oggi s’immagina che rimettendole si riduca il potere dei partiti. Erano e sono delle balle, perché il potere di chi forma le liste, con o senza preferenze, è sempre il più forte. Perché gli italiani non usavano (lo facevano in pochi) le preferenze, quando c’erano. Perché dove ci sono, ovvero nelle regioni, si selezione la peggiore classe politica. Con o senza mutande e suv. Sicché la zuppa è una sola: l’umore collettivo è antipartitico. Cosa non bella, che di sicuro non si cura con questa litania partitista.

Non so quanti si sono presi la briga di leggere il testo della proposta. Le circoscrizioni saranno circa 150. In ciascuna occorrono fra le 1500 e le 2000 firme, per presentare una lista. Supponendo di avere (solo) sei liste concorrenti occorrono fra 1.350.000 e 1.800.000 firme. Questa norma serve solo a moltiplicare i falsi in atto pubblico. Ed è inutile, perché tanto i partiti piccoli non avranno eletti. Basterebbe chiedere una cauzione (soldi): se prendi meno dell’1% ce li rimetti, perché sei solo un rompiscatole. In quanto all’ispirazione complessiva, la legge in discussione prevede che per vincere il premio di maggioranza si debbano fare prima delle alleanze, che poi si riveleranno disomogenee e inadatte a governare. Esattamente come il Mattarellum e il Porcellum, sempre per restare al latinellum.

A giudicare dalla quantità di scritti e dalla valanga di dichiarazioni, si dovrebbe supporre che l’argomenti avvinghi e attizzi. Credo sia solo un modo per mascherare il dilemma di fondo: il governo casca subito e si vota, o continua a cascare per un anno un anno e mezzo, così poi si vota? Quando conteggeremo il costo della perdita di tempo non si farà che far crescere i voti di quelli che non hanno nessuna voglia e capacità di governare, ma tanta rabbia da bastonare quelli che lo fanno.

Intendo dire che il tema non è serio e importante? E’ entrambe le cose, ma appartiene al mondo delle chiacchiere perse e perdenti, se non in tandem con la riforma costituzionale della forma di governo. Che, fin qui, è rimasta a terra.

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