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Poveri e ricchi d’Italia

Più produttività e più sviluppo economico: ecco le vere sfide per superare la crisi

di Enrico Cisnetto - 03 febbraio 2009

Retribuzioni +3,5%, inflazione +3,3%. Pur di due decimi di punto, pur su una base media che non sempre fotografa bene tutte le realtà, pur grazie al concentrarsi di molti rinnovi contrattuali (36 contratti che hanno coinvolto più di 7,8 milioni di dipendenti, pari al 62% del monte retributivo), ma nell’orribile 2008 – quello che nei libri di storia in futuro sarà indicato come l’anno della Grande Crisi – salari e stipendi sono aumentati più di quanto sia stata l’erosione del potere d’acquisto della moneta. Poco? Poco. Ma quel tanto che basta a mettere in discussione alcuni stereotipi che sono circolati circa i problemi di sussistenza di molte famiglie, quelli che con sbrigatività giornalistica sono stati chiamati della “quarta settimana” e poi addirittura della “terza settimana”.

Sia chiaro, questa osservazione non significa che non esistano fasce della popolazione effettivamente esposte a gravi difficoltà, ma soltanto che è fuorviante generalizzare. E soprattutto, che i problemi più gravi riguardano non chi il lavoro lo ha, ma quelli a cui manca o quelle famiglie numerose in cui arriva a fine mese una sola busta paga. Tra l’altro, la situazione è destinata a migliorare, sia perché per quest’anno è attesa un’inflazione drasticamente ridimensionata all’1,2%, sia perchè c’è stato il crollo dei prezzi delle materie prime – in particolare quelle energetiche, petrolio in testa – sia infine perché i listini dei prodotti più penalizzati dalla gelata dei consumi si sono o si stanno ridimensionando. Non sappiamo se si rivelerà esatta la stima predisposta dal ministro Scajola di un risparmio di 2800-3000 euro per famiglia rispetto alle punte di caro-vita della scorsa estate, ma è certo che nel 2009, a parità di condizioni attuali, i consumatori avranno notevoli benefici.

Tutto questo per dire che quando si affronta il tema delle conseguenze della crisi finanziaria e recessiva in atto, bisogna avere l’onestà intellettuale di farlo avendo presente i dati e guardando la realtà per quella che è e non per quella che ci fa comoda sia. In questo caso, i numeri ci dicono che i veri problemi che abbiamo davanti sono due: lo scarso sviluppo della nostra economia, che ora la recessione s’incarica di rendere più grave con tutti i risvolti occupazionali conseguenti; il basso tasso di produttività, sia del sistema nel suo insieme sia di ciascuna ora lavorata, e il mancato collegamento tra essa e le retribuzioni. Non è un caso, infatti, che nel 2008 le variazioni delle retribuzioni contrattuali orarie significativamente superiori alla media si sono registrate in settori dove la nostra capacità competitiva non è certamente da primato, come le assicurazioni (+6,3%), i pubblici esercizi e alberghi (+6%), i ministeri (+5,2%), il credito (+5%) e la scuola (+4,9%).

Mentre in molti comparti dell’industria e nell’agricoltura gli aumenti sono stati sotto la media. Allora è su questi due fronti che dobbiamo agire, non su altro. E da ciò ne consegue che non è inseguendo la chimera dell’equazione “+soldi = + consumi = + sviluppo” che si può e si deve mettere rimedio alla recessione. Se vogliamo essere finalmente virtuosi – e la crisi è una straordinaria occasione per mutare gli atteggiamenti più consolidati – i maggiori consumi dovranno essere la conseguenza della ripresa, non la causa. Così come gli aumenti di salari e stipendi dovranno essere maggiormente correlati agli incrementi di produttività – e il recente accordo sul cambio del modello contrattuale va in quella direzione, anche se per ora solo in via teorica – sia se vogliamo evitare la spirale inflattiva “salari-prezzi” stile “scala mobile”, sia se intendiamo dare al nostro sistema economico maggiore capacità competitiva.

Possiamo trovare su queste valutazioni un terreno comune di giudizio tra le forze politiche e tra le forze sociali, e considerarle un punto da cui partire per affrontare con maggiore determinazione ed efficacia la crisi? Chi ha sale in zucca e un po’ di senso di responsabilità alzi la mano e dica che è il momento di farlo.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario