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Il "risorgimento" del Mezzogiorno

Potere al Sud

Ecco cosa sono in grado di fare i privati

di Enrico Cisnetto - 11 giugno 2010

Da un lato Pomigliano, dall’altro NaplEst. Sono le due facce opposte del Sud, in questo caso della Campania, che si confrontano in una fase decisiva per l’economia meridionale, in bilico tra un decadimento senza ritorno e tentativi di recupero e rilancio, per certi versi disperati ma proprio per questo straordinariamente intensi. Nello stabilimento Fiat si consuma l’ennesimo rito, forse l’ultimo, del “recupero di produttività” in una grande impresa che non si può più permettere di avere costi italiani e ricavi globali. Oggi si saprà se i sindacati, e con loro i lavoratori che dalle sigle tradizionali sono sempre meno rappresentati, accetteranno le condizioni poste dalla Fiat per mantenere quella produzione in Italia o se trasferirla in aree dove il lavoro ha costi minori e flessibilità maggiori.

Epifani le chiama “forzature sui diritti”, pur sapendo che su alcune questioni – tasso di assenteismo inaccettabile, organizzazione del lavoro da rivedere(tre turni, maggiore straordinario obbligatorio, ecc.) – l’azienda ha ragioni da vendere. In realtà è il tentativo di far tornare i conti della competitività in realtà manifatturiere di grandi dimensioni, per produzioni standardizzate su scala mondiale e per di più localizzate nelle zone più complicate, sotto ogni punto di vista, del Paese. Una scommessa troppe volte persa, tanto che se dovesse andar male anche questa il rischio per il Mezzogiorno e per l’Italia è di dover considerare definitivamente persa la partita.

Con tutto quello che significherebbe per un capitalismo troppo piccolo e di nicchia – pur contando eccellenze bonsai – nella lotta per riuscire a mantenere il posto a suo tempo conquistato ora che il gioco si è fatto globale. E con tutto quello che significherebbe per il Mezzogiorno, se tra Termini Imerese e Pomigliano la Fiat lasciasse per trasferire le sue produzioni in qualche paese dell’Est.

Viceversa, pare fatto apposta per riaprire i cuori alla speranza il progetto NaplEst, presentato ieri con un testimonial d’eccezione con Riccardo Muti. Si tratta di qualcosa di assolutamente nuovo per la Campania e per l’intero Mezzogiorno: 18 progetti imprenditoriali privati, distinti tra loro ma capaci di associarsi per da vita ad un unico mega-progetto di riqualificazione urbanistica, sociale ed economica dei quartieri di Poggioreale, Barra, San Giovanni e Ponticelli. La zona est di Napoli, appunto. Oltre 2 miliardi di euro di investimenti – senza un centesimo di denaro pubblico – in un’area che non solo copre quasi un terzo della città, ma è proprio quella più degradata, da sempre oggetto di inutili e frustranti tentativi di riqualificazione e rilancio. E coinvolge molti imprenditori, locali, nazionali e persino internazionali (i cinesi di Shangai interessati allo sviluppo del terminal portuale), che hanno voglia, investendo, di ridisegnare, qualificare, progettare il futuro.

Le opere in campo sono molto diverse tra loro: si va dal completamento del Centro Direzionale alla realizzazione del porto turistico di Vigliena; dalla riqualificazione urbanistica dell’area ex Breglia alla costruzione del Palaponticelli, l’agorà della musica tra i più grandi d’Europa; dalla riqualificazione delle aree dei depositi petroliferi Kuwait Petroleum ed Agip (Eni) al recupero di vasti quartieri di edilizia privata. Tutto questo parte grazie a quella che si potrebbe definire una sorta di mutazione genetica della classe dirigente e imprenditoriale napoletana, o meglio della sua parte più dinamica – non sempre adeguatamente rappresentata, anche in casa propria – sui grandi temi dello sviluppo urbano, che sempre di più determineranno gli standard di sviluppo e qualità della vita. E l’operazione sembra finalmente rompere quella sorta di “maledizione” che negli ultimi vent’anni ha bloccato i ripetuti tentativi di rilancio non solo della zona est di Napoli, ma anche Bagnoli e molte altre aree del Sud.

In realtà il problema era nel tipo di interventi: operazioni calate dall’alto, di stampo dirigista, dove le priorità non erano la riuscita e le necessità dello sviluppo. Quel mondo è fallito. Definitivamente. Ora con l’operazione NaplEst, il tentativo è di stampo opposto: partire dal basso, dal mercato, sulla base di una logica che potremmo chiamare di “sviluppo stellare” che abbiamo visto operare nella trasformazione di Harlem a New York e in quella della zona Docks di Londra, come nel risanamento della Berlino dell’Est: riqualificazione urbana, controllo di legalità, iniziative imprenditoriali coerenti ad un progetto di sviluppo, riqualificazione del tessuto sociale e civile.

Dunque, c’è la “vecchia” Pomigliano e la “nuova” NaplEst. Rimane l’interrogativo: chi dei due modelli vincerà?

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