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Solo sei paesi sono messi peggio di noi

Possiamo fallire

Il rischio è concreto: 35 possibilità su 100 di capitolare

di Enrico Cisnetto - 09 novembre 2011

Sì, il rischio di fallire c’è. Relativamente remoto, ma c’è. Smettiamola di dire che non siamo come la Grecia, perché non è vero. Infatti, si continua a sentire il ritornello “ma noi siamo la terza economia europea, l’ottava del mondo, abbiamo il più grande comparto manifatturiero dopo la Germania, e il patrimonio privato degli italiani è oltre 4 volte l’intero debito pubblico, dunque non possiamo fallire”. Niente di più sbagliato. Come la Grecia, noi siamo un paese povero (perché altamente indebitato) abitato da gente ricca (nel complesso). E se a questo tipo di nazioni succede – come è stato per Grecia, Irlanda e Portogallo e ha cominciato ad essere per Italia e Spagna – che i creditori iniziano a dubitare della loro solvibilità, ecco che sul mercato secondario dei titoli di Stato i prezzi scendono mentre cresce il differenziale di rendimento con i bond dei paesi sicuri (spread con la Germania), mentre alle aste delle nuove emissioni sono sempre di più le banche nazionali a consentire al Tesoro di piazzare i titoli. Non è un caso che, sono dati di Bankitalia, la quota di debito collocata all’estero sia scesa dal 50% al 39,2% (segno che le banche straniere non vogliono più i nostri Btp). Né vale l’osservazione che il patrimonio privato è di 8500 miliardi contro i 1900 di debito pubblico. Sono due contabilità separate, e l’unico modo perché il primo garantisca il secondo è prelevarne una quota. Ma il governo ha escluso la patrimoniale, e l’opposizione finora l’ha solo evocata come arma di polemica politica. E se invece si volesse vendere un po’ di gioielli di famiglia – il Tesoro ha contabilizzato attivi per 1.815 miliardi, quasi quanto il debito, stimando però che il “patrimonio fruttifero” sia pari a 675 miliardi – non è certo con la proposta del governo di 5 miliardi all’anno per tre anni contenuta nella lettera inviata a Bruxelles che si risolve qualcosa. D’altra parte, c’è un termometro che misura la solvibilità dei paesi più ancora dello spread (che, comunque, finché resta sopra quota 400-450 rimane una spia accesa di grave pericolo) e di cui ci curiamo poco: si tratta dei cds, credit default swaps, che sono i contratti assicurativi con cui gli investitori si coprono dal rischio di fallimento di un paese. Fallace quanto si vuole, ma purtroppo insindacabile, il termometro ci dice che l’Italia nei prossimi cinque anni ha 35 possibilità su 100 di andare in default, e che al mondo sono solo sei i paesi messi peggio di noi. Il resto è propaganda.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario