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Establishment con la testa nell’agone politico

Posizioni di Confindustria: valutazione

Presentata la carta rivendicativa degli industriali, con decisione e autorevolezza

di Alessandra Servidori - 30 maggio 2006

In occasione dell"Assemblea della Confindustria, quotidiani e televisioni hanno dato della relazione di Luca Cordero di Montezemolo una lettura attenta a quanto si recita, sempre più stancamente, sul teatrino della politica. Si è tenuto conto di tutto: dell"applausometro come degli sbadigli, dei mezzi sorrisi di Prodi, come degli “abbracci” di Bombassei al neo ministro del lavoro, Damiano. In fondo si è confermato ancora una volta che l"establishment di casa nostra (quella infinita nomenclatura che arriva a fine mese grazie alle prebende della politica, a cui vanno aggiunti i superburocrati, gli amministratori degli enti e delle aziende pubbliche, i componenti degli organi collegiali della pubblica amministrazione) ha la testa nell"agone politico, specie ora, in occasione dell’altra importante consultazione elettorale (quando mai in Italia non dobbiamo andare a votare?) che non cambierà nulla, ma consentirà di imbastire altre analisi, nuovi retroscena ed ulteriori scambi di dichiarazioni in attesa di controdichiarazioni e smentite. Eppure, è interessante (ecco perché lo facciamo a freddo adesso) valutare le posizioni dell"associazione che guida, nei fatti, il mondo dell"impresa, specie in una fase in cui la struttura produttiva del Paese ha dimostrato di sapercela fare, nonostante i lacci e i lacciuoli di un"amministrazione pubblica levantina e ostile, i vincoli di un sindacalismo parolaio e inconcludente, gli squilibri della finanza pubblica, i rimbrotti delle autorità europee, i costi crescenti dell"energia e l"assoluta impreparazione ad affrontarli, i gap infrastrutturali che imprigionano i distretti industriali: tutte palle al piede per un apparato costretto a misurarsi con la sfida della globalizzazione, armato soltanto della propria capacità innovativa e di un"enorme buona volontà. Il presidente Montezemolo si è incamminato lungo lo stretto sentiero imposto dall"attuale situazione politica, mandando segnali preoccupati alla nuova maggioranza (che si accingerebbe a smantellare ciò che ha fatto il precedente Governo in materia di tasse, lavoro, pensioni, opere pubbliche, immigrazione e quant"altro), senza tirare, nel medesimo tempo, conclusioni affrettate rispetto ad una maggioranza e ad un esecutivo che muovono i primi incerti passi. Nella relazione, dunque, è stata presentata la carta rivendicativa degli industriali, con decisione ed autorevolezza. Certo, qualche interrogativo rimane, perché anche Confindustria non è in grado di far quadrare il cerchio: chiedere il taglio di dieci punti del costo del lavoro ed opporsi contemporaneamente all"aumento delle tasse; sostenere - giustamente - il risanamento dei conti pubblici e sostenere una politica di investimenti. Ma soprattutto ci sono altre domande che andrebbero rivolte al gruppo dirigente di viale dell"Astronomia (sono poi le stesse che passano per la mente degli imprenditori che all"Auditorium della musica sedevano nelle file dopo le prime). La Confindustria è innanzi tutto un"associazione di rappresentanza; per capirci meglio potremmo addirittura definirla come un sindacato dei datori di lavoro. Ebbene, quale sarebbe il compito primario di un"organizzazione siffatta se non quello di contrattare con le naturali controparti e definire condizioni adeguate e sostenibili ? Sarebbe stato interessante allora che, insieme agli avvertimenti al Governo e ai partiti, Luca di Montezemolo avesse usato parole forti e chiare allo scopo di risolvere un aspetto cruciale (anche per favorire lo sviluppo economico e la valorizzazione del lavoro) quale la riforma della struttura e delle regole della contrattazione. Anche i tanti signori Brambilla, seduti in platea, avrebbero gradito. Certo, la Cgil nicchia. Ma una via ci potrebbe essere. Basterebbe chiedere al Governo di condizionare il taglio del costo del lavoro al raggiungimento di un"intesa innovativa tra le parti sociali per quanto riguarda gli assetti contrattuali e le relazioni industriali. Non basta infatti da parte di Prodi invocare come una messa salvifica la concertazione : bisogna avere il coraggio di mettere mano agli istituti e alle materie, alle norme , ai vincoli e alle prassi, sdoganare in buona sostanza quel molok di diritti troppo ingessati che non lasciano spazio ai doveri per ridistribuire quelle tutele e quegli incentivi di cui il mondo del lavoro e il mercato hanno bisogno come l’acqua in un deserto.

Pubblicato sull’Avanti del 30 maggio 2006

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