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Il redditest

Porcheria fiscale

Il nostro fisco premia la povertà, reale o fittizia che sia, e penalizza l’onestà

di Davide Giacalone - 22 novembre 2012

Diciamo subito tre cose: a. le tasse si pagano; b. la pressione fiscale è troppo alta; c. le complicazioni fiscali, l’accanimento burocratico e la morbosità accertativa circa l’uso che ciascuno fa dei propri soldi sono intollerabili. La prima ha a che vedere non solo con l’onestà personale, ma anche con la sostenibilità collettiva. La seconda è questione economica di primaria importanza, cui abbiamo dedicato e dedicheremo molta attenzione, sicché oggi mi sia consentito saltarla. La terza è la tortura supplementare inflitta alle persone oneste, che non è affatto vero possano star tranquille e nulla temere. In tal senso, mentre il redditometro è uno strumento utile per accertare la fedeltà fiscale dei cittadini, il redditest è una bischerata moralistica con effetti recessivi.

Quando le autorità comunicano che 4.3 milioni di contribuenti non sono congrui e il 20% delle famiglie sospettate di evasione fiscale, diffondo il nulla e il terrore fiscale. Veleni. La non congruità non significa un accidente, perché la non coerenza con i modelli di consumo stabiliti in sede burocratica non accerta un bel niente. Inoltre ci sono redditi esenti o tassati con cedolare, che generano disponibilità senza andare in dichiarazione. Il sistema funzionerebbe se quel parametro fosse utilizzato solo per indirizzare gli accertamenti, i quali non dovrebbero nuocere a chi ha rispettato le leggi. Ma non è così, perché io stesso (che pago tutte le tasse, che ritengo giusto pagarle e che posso scriverlo senza timore di essere smentito, lusso non proprio diffusissimo) ho subito un accertamento fiscale, l’ho accolto con piacere, salvo prendere atto che: 1. è durato quattro mesi; 2. s’è concentrato su questioni meramente formali; 3. gli accertatori avevano una voglia matta di fare il verbale, salvo lasciare tutto al contenzioso successivo; 4. ho dovuto io documentare tutte le mie spese, ivi comprese quelle privatissime; 5. alla fine lo scherzo m’è costato seimila euro di spese, fra commercialista e documentazione chiesta alle banche. Riassunto: non solo il contribuente onesto deve temere, ma deve mettere nel conto che il solo subire un accertamento gli costerà come una tassa aggiuntiva, che si somma a quella che versa ogni anno al professionista senza il quale non potrebbe tenere i conti in ordine. Una porcheria.

Il redditest è una presa in giro terrorizzante. Dovrebbe servire a far sapere a chi lo compila se i suoi redditi sono coerenti con i suoi consumi. Ma chi mai si pone una domanda simile? E’ cretina quante altre mai! Lo so bene se sono coerenti, visto che li pago. Allora, la domanda vera è altra: i tuoi redditi dichiarati sono coerenti con i consumi emersi? Ecco, così ha un senso. Se scopro di sforare, o di essere al limite, che faccio? Contraggo i consumi o chiedo di pagare solo in nero. Nel primo caso aiuto la recessione, nel secondo aumento l’evasione. Bel risultato.

Il fatto è che il nostro fisco premia la povertà, reale o fittizia che sia, e penalizza l’onestà. Da troppo tempo le discussioni con il commercialista non si concentrano su come amministrare i propri soldi o su come far fronte ai propri debiti, ma su come fare in modo che redditi e consumi aderiscano allo schema burocratico-fiscale. E siccome chi sta sotto un minimo di fatturato ha trattamenti di favore, nessuno è disposto a superare di poco quel minimo, sicché o rinuncia al lavoro (spingendo la recessione) o propone un accordo illecito. E, si badi, quel tipo di evasione è doppiamente nociva: perché disonesta, sottraendo soldi alla collettività, e perché diminuisce la sensibilità verso l’eccessivo carico fiscale. Sono favorevole a che tutti paghino tutte le tasse anche perché diventerebbero moltissimi quelli che anziché mugugnare (nascondendosi) protesterebbero vivacemente (esponendosi).

Dobbiamo stare tutti attenti. Chi, come me, critica, affinché non si confonda il dissenso con l’alibi all’evasione. Chi esige e controlla, affinché non eserciti il proprio potere finalizzandolo ai dati consuntivi da portare, anziché al rispetto della legge e del cittadino. Chi amministra la politica fiscale, il governo, affinché non nasconda dietro un inaccettabile moralismo fiscale il mero desiderio di aumentare il gettito per inseguire una spesa fuori controllo.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario