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Public Policy

Fretta di fermare le speculazioni dei debiti

Populismo al governo

La democrazia non dovrebbe cedere alla consultazione degli elettori

di Davide Giacalone - 14 gennaio 2012

Non vorrei si denunciasse il populismo avendo in uggia la sovranità popolare. Mario Monti lo ha usato come argomento per convincere Angela Merkel: se l’Unione Europea non s’affretta a fermare la speculazione sui debiti va a finire che in Italia prenderanno corpo sentimenti antieuropei e populisti. Malefici italioti incolti, incapaci d’essere tedeschi. Peccato che a votare contro l’Unione furono gli elettori francesi e olandesi. Peccato che il populismo mi pare ben insediato nelle cancellerie. Non è la Merkel a farsi campagna elettorale dicendo che il buon Hans non pagherà mai per conto di Alekos, Alonzo e Amilcare? Non è Sarkozy a solleticare la reazione popolare, sperando diventi patrimonio elettorale, dicendo che si devono tassare quegli zozzoni che fanno transazioni finanziarie? E’ vero che al peggio, e al populismo, non c’è mai fine, ma è una bella gara.

E cos’è, se non populismo, prendere un Paese che subisce una pressione fiscale intollerabile, alzare le tasse non sapendo tagliare la spesa e scatenare la rabbia televisiva contro quei porci arricchiti degli evasori fiscali, rei di cafonaggine cilindrica e di derubare gli altri? Sarà pure populismo sobrio, ma il conio quello è. Né abbiamo l’esclusiva in questa parte del mondo, alle prese con un sogno, quello europeista, incarnatosi nell’incubo di una moneta mal concepita. Mitt Romney accusa Barack Obama di soffiare sul fuoco del classismo e della condanna della ricchezza, cercando di far credere che le difficoltà dei poveri derivino dalla grandiosità dei ricchi, anziché dall’esosità fiscale e dall’arretratezza legislativa. Accusa che non credo dispiaccia troppo al presidente in carica, visto che lo aiuta a confermare una linea politica, quindi una proposta elettorale, che cerca di far dimenticare i risultati effettivi dei suoi tre anni alla Casa Bianca.

Lasciamo perdere le origini russe (di marca socialista) del termine. Per “populismo” oggi s’intende un misto di demagogia e corrivo assecondare i bassi istinti popolari. Non è mica populista chiedere che la giustizia funzioni e condanni i colpevoli, lo è volere impalare gli indagati, fregandosene di sentenze che manco esistono, il sollecitare la rabbia popolare contro i lestofanti, senza essere capaci di scoprirli e regolarmente processarli. Non è populista dire che le tasse si pagano, anche perché se le pagassero tutti e tutte, in Italia, sarebbe già scoppiata una sana rivolta contro un sistema che genera povertà, lo è, invece, raccontare la corposa balla che chi è dipendente paga tutto e chi non lo è evade tutto. Guardandosi attorno ci s’accorge che di populisti ce ne sono fra gli arruffapopoli, nei salotti televisivi, ma anche nelle stanze governative. Populisti poliglotti, mica solo nostrani.

Noi, però, abbiamo un problema ulteriore: avendo sterminato (anche per loro colpa) le antiche famiglie politiche, che erano anche linee di sangue culturale, avendo dato vita a partiti grossi che non sono divenuti grandi, alimentando un falso bipolarismo senza basi costituzionali, ed essendosi queste forze ridotte all’umiliante silenzio d’appoggiare un governo che non amano e non condividono, corriamo il serio rischio di lasciare la politica agli antagonisti. Siano essi sciamannati piazzatoli o sobri dicitori.

Il che capita per mediocrità di chi dovrebbe animare la vita politica, ma anche per assenza d’idee che sappiano conciliare la necessità d’affrontare la crisi dei debiti, quindi fare i conti con la globalizzazione dei mercati finanziari, e quella di compitare un decente racconto del futuro. Quando vedo branchi politici pascolare sul prato della costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, brucando l’erba delle Tobin tax, capisco che li si può portare al macello senza che si distraggano dal bovino incedere. Sicché anche la condanna del populismo ha un che di populista. Dietro si nasconde l’idea, forsennata, che se solo la democrazia non cedesse alla debolezza di consultare gli elettori tutto sarebbe più facile. Nonché orrido.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario