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Rischio deflazione

Popoli contro l'Europa

Recessione, disoccupazione e rischio deflazione fomentano ancor di più gli europei contro l'Europa

di Enrico Cisnetto - 08 novembre 2013

A ottobre il tasso d’inflazione nell’eurozona è crollato allo 0,7%. Un dato che, depurato da fattori di volatilità esogena, ci dice – come fa Wolfang Munchau sul Financial Times – che siamo in deflazione, una situazione che la Commissione europea stima stabile nei prossimi 2 anni. Lo scenario che si prospetta, quindi, è lo stesso del Giappone fra il 2000 e il 2006: scarsa crescita e deflazione. Ma con un’esiziale differenza: laggiù c’era la quasi piena occupazione, in Europa c’è una “generazione persa” (la disoccupazione giovanile è al 24,1%, con punte di oltre il 40%, per esempio in Italia).

Il paradosso di quello che accade in Europa è che di solito inflazione e disoccupazione sono concorrenti: o prevale l’una o prevale l’altra. Ma non per l’eurozona, che è un agglomerato eterogeneo di economie, unite tra loro da una moneta ma non da un governo federale, sottomesso all’ideologia dell’austerità fine a se stessa, vittima della contraddizione di bassi salari reali nei paesi periferici e un eccesso di surplus commerciale nei paesi del Nord. Ma in Europa ognuno fa il proprio interesse – non essendoci quello comune europeo – e la stessa legittimità delle operazioni con cui la Bce ha salvato l’euro è messa in discussione dalla Bundesbank. Eppure tali operazioni hanno soltanto trasformato una patologia acuta in una malattia cronica. Arrivati a questo punto, come sottolinea Munchau, il vero pericolo per l’Unione europea sono i cittadini europei, che dopo anni di controproducente austerità, diffidano dell’euro e delle istituzioni europee. Non a caso la metà degli italiani è per il ritorno alla lira e quasi 6 britannici su 10 desiderano uscire dall’Unione europea. Non a caso un po’ in tutti i paesi nascono e prosperano partiti anti-euro.

Da questa patologia cronica si guarisce solo cambiando vita: maggiore integrazione europea, responsabilità condivisa sul debito, una vera unione bancaria. Insomma, una revisione dei Trattati per creare istituzioni politiche in grado di gestire una complessa unione monetaria. Ma per percorrere questa strada sono necessarie cessioni ulteriori di sovranità da parte degli Stati membri, che però – e qui c’è il circolo vizioso – dovrebbero essere determinate dagli stessi cittadini che criticano euro ed Europa. Un rebus da risolvere, perché altrimenti passeremo dall’Europa dei popoli ai popoli contro l’Europa. (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario