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C’è un solo colpevole, il bipolarismo

Poniamo fine all’ “epoca del declino”

Costruiamo la Terza su basi più solide

di Enrico Cisnetto - 16 dicembre 2009

Più che il folle gesto di violenza perpetrato ai danni di Silvio Berlusconi – ovviamente esecrabile senza alcun distinguo – o l’immagine del suo volto sanguinante e tumefatto che ha fatto il giro del mondo, mi sgomenta la reazione che il mondo politico ha avuto innanzi a questa barbarie. Sarebbe bastato guardare i talk-show dedicati a questa vicenda per rendersi conto di come neppure una situazione estrema, potenzialmente capace di innescare una vera e propria guerra civile, abbia indotto i protagonisti della vita politica a ripensare i propri comportamenti con un minimo di capacità autocritica e di senso di responsabilità. Ma, in fondo, non c’è da stupirsi. Perché il problema non può essere ridotto ad un palleggio sulla quantità di colpa che ciascuno ha nell’aver alzato i toni della contesa politica e della demonizzazione dell’avversario.

In gioco, infatti, c’è la responsabilità collettiva della politica, o per dirla meglio del sistema politico. Quando la degenerazione arriva a questi punti, nessuno può tirarsi indietro, perché tutti hanno fallito. E il primo ad aver fallito il suo compito storico è proprio il sistema politico, cioè quel bipolarismo che è stato evocato fino ad assegnargli un ruolo taumaturgico quando la Prima Repubblica ha abdicato, per colpe sue che hanno dato spazio ad un’azione di forza dai contorni complottistici.

Già in quella fase c’erano in nuce tutte le ragioni del drammatico fallimento di oggi: stanno nel mix di giustizialismo e di anti-politica che animò il 1992-94, e nell’idea che un sistema basato sul principio che chi vince le elezioni prende tutto e chi perde aspetta un turno avrebbe risolto i problemi dell’Italia. Cioè di un paese che aveva vissuto dal dopoguerra in poi in un regime politico privo di un presupposto democratico fondamentale come l’alternanza per via del suo essere di frontiera tra Est e Ovest avendo in casa il più forte partito comunista d’Occidente.

E che dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine del comunismo organizzato su scala mondiale, doveva prudentemente organizzare la trasformazione del suo sistema politico, senza forzature e tantomeno traumi. Sapendo che un paese diviso, e per di più con un dna impregnato di frazionismo, corporativismo e campanilismo, mai e poi poteva in un colpo diventare anglosassone.

Tanto più, poi, se la “rivoluzione” politica che doveva trasformarlo si basava sull’ipocrisia, sulla forzatura dell’equilibrio dei poteri, sul cambiamento della costituzione in senso materiale ma non formale, sulla demonizzazione dei partiti e del Parlamento, sull’affermazione di una personalizzazione della politica a scapito delle idee e del confronto.

Lo ha detto bene ieri sul 24Ore Stefano Folli, uno (dei pochi) che ha sempre criticato i decibel eccessivi della politica gridata spiegandoli non come conseguenza della sfortuna ma come connaturati al sistema politico: il volto sanguinante di Berlusconi simboleggia il “fallimento della cosiddetta Seconda Repubblica che doveva garantire un bipolarismo maturo e un confronto sereno tra due schieramenti, mentre invece ha dato luogo ad un conflitto perenne ed estenuante”. Se così stanno le cose – e purtroppo stanno così da 15 anni – è inutile cercare le colpe, e distribuirle con il bilancino del farmacista. Perché è possibile che contemporaneamente sia vero che una parte della magistratura abbia intenti (o comunque comportamenti) sovversivi e che d’altro canto il premier non sia stato capace di realizzare una riforma organica della giustizia e abbia pensato (peraltro maldestramente) solo ai problemi suoi.

O che la Consulta sia politicizzata ma che sul lodo Alfano non potesse non segnalare la necessità di un passaggio costituzionale. Non si tratta, si badi bene, di cerchiobottismo, ma della consapevolezza che tutti i protagonisti della Seconda Repubblica, cioè quelli che il bipolarismo lo hanno fatto proprio quando non addirittura incarnato, portano eguale responsabilità del fallimento di questa stagione del paese che andrà nei libri di storia sotto il nome di “epoca del declino”.

Proprio per tutti questi motivi, escludo che possano andare a buon fine gli appelli – sacrosanti, sia chiaro – ad abbassare i toni e a spegnere i focolai d’intolleranza. Sarebbe come chiedere a un felino di essere erbivoro. Non solo: le contraddizioni e i contrasti insiti sia nella maggioranza – di cui ieri si è avuta riprova con la decisione di porre la fiducia sulla Finanziaria, nonostante che le opposizioni avessero ridotto al fisiologico i suoi emendamenti – sia nel centro-sinistra non sono affatto destinati né a ricomporsi né a spegnersi. E questo getta altra benzina sul fuoco di una situazione già arroventata.

Né, infine, è destinata ad essere accolto l’appello di chi si rivolge a Berlusconi chiedendogli di evitare di usare l’indubitabile – e probabilmente formidabile – surplus di consenso che la sua sofferenza gli ha procurato e gli procurerà (sono sicuro che sarà molto abile nell’usarla a suo favore), per frenare, o almeno non aumentare, la deriva plebiscitaria in atto.

Che decida, come io continuo a credere, di andare a maggior ragione alle elezioni anticipate – o meglio, che ci provi, dato che mai partita sarebbe più incerta – o che voglia sfruttare la sua nuova forza per rendere più salda la sua posizione al governo, magari per far passare una qualche norma che lo tuteli dalla magistratura, in entrambi i casi a tutto potremmo assistere meno che a un’archiviazione del bipolarismo malato.

Di esso Berlusconi è insieme causa e conseguenza, come del resto i suoi avversari, e non c’è alcuna ragionevole possibilità di quella virtuosa conversione al dialogo e alla collaborazione che il Capo dello Stato invoca ogni giorno. Inutile farsi illusioni: questo sistema politico ha in sé il virus dell’autodistruzione, e chi – come il sottoscritto e pochi altri – ha tentato di evitarla per il bene del paese, non c’è riuscito quando ve ne era ancora la possibilità, non potrà riuscirci ora che gli effetti degenerativi sono troppo avanti per sperare nella reversibilità della malattia. Come è stato nel 1992 per la Prima Repubblica, così sarà per la Seconda. Speriamo solo che il trapasso sia veloce, e che nel frattempo chi intende costruire la Terza su basi più solide si prepari adeguatamente.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario