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Il degrado dell’intero patrimonio culturale italiano

Pompei sotto il segno dell’abbandono

Senza adeguati servizi turistici, la ricchezza naturale dei beni culturali non appaga

di Davide Giacalone - 06 luglio 2008

A Pompei non c’è nessuna emergenza, c’è uno schifo che riguarda l’intero patrimonio culturale italiano, il più grande al mondo. L’emergenza riguarda l’imprevisto, qui è tutto noto da anni. A Pompei è difficile arrivare, trovare i cancelli aperti, vedere le cose che interessano perché potrebbero a loro volta essere chiuse e transennate a causa di un’altra falsa emergenza, che in realtà si chiama incuria, abbandono e degrado. Con i biglietti venduti si dovrebbero incassare poco meno di trenta milioni l’anno. Se ne potrebbero vendere il doppio, semplicemente aumentando le ore d’apertura (d’estate chiude prima che cali il sole, quando si pagherebbe il doppio per entrare con il fresco!), e magari offrendo anche un cesso ai due milioni e mezzo di visitatori, che qualche bisogno pur l’avranno.

Non c’è solo Pompei. Qui, come alla Valle dei Templi e altrove, ci sarebbe da far affari d’oro vendendo sostegni culturali, copie, immagini, maglie e cappelli. Invece ti avvicinano studenti che lavorano in nero, mentre fai un’insensata fila per i biglietti, coordinati da un caporale cui non piacciono gli sgarri. Le bancarelle abusive offrono merce d’infimo livello, a caro prezzo, ergendosi direttamente sulle rovine o al posto dove dovrebbero parcheggiare le macchine. Tutto fuorilegge, sotto gli occhi di una legge senza orrore di se stessa. A parlar le lingue ci sono gli ambulanti senegalesi, che però vendono elefanti di legno, manco fossimo in Africa.

Mandate pure il commissario a Pompei, ministro Bondi, ma diventerete matti affrontando il problema a spizzichi e bocconi, e spenderete soldi laddove si dovrebbe guadagnarne. I beni culturali sono una straordinaria ricchezza naturale, ma mentre Alitalia è in bancarotta e le Ferrovie seguono a ruota, i siti più belli sono arroccati dove non arriva un accidente, dove la viabilità fa pena ed il settore alberghiero è concepito apposta per far dimenticare che l’arredamento ed il cibo dovrebbero risentire dello stile italiano. Il tutto a prezzi esagerati e senza alcun collegamento con il mare. Risultato: il turismo ci volerà sopra, andando in Croazia o Montenegro. Noi, intanto, facciamo un concorso pubblico per laureati in archeologia che stacchino i biglietti e chiudano il cancello, talché si tenga vivo il mercato delle raccomandazioni.

Pubblicato su Libero di domenica 6 luglio

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario