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Per una riforma della giustizia seria

Politica pavida e toghe inferocite

Ma i condannati che verrebbero liberati non si può pensare siano tutti damerini

di Davide Giacalone - 26 luglio 2006

Le ragioni politiche a sostegno dell’indulto mi sembrano deboli, e l’atto di clemenza rischia di essere un pericoloso boomerang. I numeri sono questi: i penitenziari italiani potrebbero contenere circa 43.000 persone, ne ospitano 61.392. Se passasse l’indulto ed il regalo di tre anni, uscirebbero circa 23.000 detenuti. Lascio agli affezionati della demagogia la sciocca voglia di distinguersi gridando che questo o quel reato non dovrebbe essere compreso nello sconto ( e lascio ai pochi lettori della Costituzione stabilire cosa sia un “ministro congelato o sospeso”). Mi limito ad osservare che liberando quei condannati non si può certo pensare siano tutti damerini, o vittime della bieca società. Il fatto è che dopo averli liberati non sarà cambiato nulla (tranne che per loro).
Se non si mette mano ad una seria riforma della giustizia, se non si lavora per avere processi dove accusa e difesa siano realmente sullo stesso piano ed i tempi dell’indagine, come quelli dibattimentali, siano certi e ragionevoli, se non si adottano misure punitive alternative alla detenzione, da qui a qualche anno saremo ancora con le carceri che scoppiano, magari approveremo un altro indulto, con il doloroso paradosso che liberiamo i condannati e teniamo in galera quelli che attendono il processo. A questo s’aggiunga che la giustizia italiana soffre di un pauroso arretrato, accumulatosi perché i giudici lavorano poco e perché le procedure cambiano di continuo. Varando l’indulto il male non lo si tocca, anzi, si costringe a far processi anche nei confronti di imputati che non potranno essere puniti. Un assurdo ed uno spreco.
La politica italiana gioca a rimpiattino con questo problema. Subisce la pressione della corporazione togata, ha detto tante di quelle cretinerie da aver paura ad adottare il linguaggio della franchezza. Oggi chi ha maggiormente bisogno di sconti non sono i detenuti, ma i tribunali, quel che serve non è l’indulto, ma l’amnistia, cioè serve che si estinguano i processi, che si azzeri l’arretrato. Il che è una grande ingiustizia, accettabile solo a patto che serva a far partire un nuovo e funzionante sistema. Se la politica avrà il coraggio delle riforme, poi potrà giustificare la cancellazione della memoria. Ma il coraggio manca, si preferisce biascicare di clemenze, si apriranno i cancelli delle carceri, chiudendo il portone della giustizia.

www.davidegiacalone.it

Pubblicato su Libero del 26 luglio 2006

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario