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Tasse e sprechi

Politica e cittadini: sacrifici a senso unico

Terapie come quelle fin ora utilizzate finiscono per avere un effetto tossico le cui conseguenze potrebbero essere opposte a quelle desiderate, necrotizzando il tessuto dell'economia italiana

di Cesare Greco - 06 giugno 2012

Si dice che manchi la dimostrazione empirica che la curva di Laffer abbia una reale validità scientifica, ovvero che esista nella realtà un livello di pressione fiscale tale da far sì che non convenga più produrre reddito e che evadere o eludere il fisco diventi una soluzione conveniente. Certo nel nostro Paese della convenienza di evasione ed elusione ne sono convinti in tanti, a prescindere dalle più o meno valide teorie economiche. Non si spiegherebbe altrimenti l’enorme diffusione della disonestà fiscale in tutte le epoche storiche e durante tutti i diversi periodi di congiuntura economica. Per tale motivo si dice che a pagare sono sempre e solo i soliti noti, ovvero i contribuenti sottoposti a trattenuta diretta, alla fonte, sul reddito percepito. Ma da ieri, da quando sono state rese note le cifre del gettito fiscale del primo quadrimestre di quest’anno, l’ombra della discussa curva a campana si proietta sull’economia del paese e sulla sua capacità di ottenere entro il 2013 il pareggio di bilancio sulla base delle previsioni di entrata. In effetti non si è trattato di una riduzione assoluta (al contrario le entrate fiscali hanno registrato un modesto aumento), ma di una riduzione sulle previsioni, ovvero su quanto il nostro fisco avrebbe dovuto incamerare dal decreto salva Italia per far si che la durissima manovra del governo Monti non sia solo una prima fase seguita da ulteriori prelievi diretti o indiretti. In particolare la riduzione delle entrate riguarderebbe soprattutto il gettito IVA. Volendo riconoscere a Monti una più efficace (o quanto meno più spettacolare) lotta all’evasione, la causa del non rispetto delle previsioni starebbe tutto nella contrazione dei consumi. In sostanza si è speso di meno a causa dei prezzi troppo alti e, soprattutto, per paura di non poter far fronte agli obblighi fiscali. E’ evidente come parlare a questo punto di ulteriori inasprimenti fiscali o, peggio, di manovre sulle tredicesime, con conseguente calo dei consumi nel momento più favorevole dell’anno, finirebbe per ottenere un effetto depressivo e recessivo mortale. Terapie come quelle fin ora utilizzate, se protratte nel tempo, finiscono per avere un effetto tossico le cui conseguenze potrebbero essere opposte a quelle desiderate, finendo per necrotizzare il tessuto connettivo dell’economia italiana rappresentato dalla piccola e media impresa e la cui vivace presenza ci ha fino ad ora differenziato e protetto da situazioni come quella greca o spagnola (con in più l’aggravante del nostro enorme debito pubblico). Non resta che una soluzione: dare seguito in modo deciso ed efficace alla riduzione della spesa pubblica e, soprattutto, attuare riforme che intervengano sulle due voci che di più incidono su di essa, sprechi e corruzione. Ma per fare questo occorre coraggio e decisione ben sapendo che per agire su queste due vergognose voci si vanno inevitabilmente a toccare i nervi scoperti degli interessi del clientelismo politico e, quindi, in buona sostanza, del meccanismo occulto di finanziamento della classe politica; soprattutto di quella più rapace e al contempo incapace, rappresentata dai vari politici e faccendieri locali. Il ministro della Sanità ha riconosciuto che la fetta più ampia degli sprechi si concentra proprio nel campo di sua competenza così come, secondo quanto va sostenendo da anni la Corte dei Conti, gran parte della corruzione. Ma intervenire sulla spesa sanitaria così come si è fatto fino ad ora e, soprattutto, continuare ad affidare compiti commissariali a chi di questo sfascio è responsabile, ovvero i Presidenti delle regioni, non solo non risolve il problema, ma finisce per provocare un’ulteriore contrazione dell’offerta assistenziale a scapito unicamente dei cittadini contribuenti. Abbiamo più volte sostenuto che così com’è organizzata la governance delle aziende sanitarie e ospedaliere non può che provocare, mantenere e aggravare il fenomeno del clientelismo, degli sprechi e della corruzione. Il controllo militare da parte della politica su nomine, concorsi e consulenze rende la sanità quel mammellone a cui attaccarsi per soddisfare le aspettative dei clienti, di capi e capetti locali. Non ci si può certo stupire se, dal momento che la dirigenza sanitaria, a cominciare dagli strapagati Direttori Generali di ASL e Aziende ospedaliere, deve alla politica e ai suoi rappresentanti posizione e stipendi, questa dirigenza avrà tutto l’interesse a soddisfarne i desiderata al fine di rafforzarne la posizione e il sistema di potere, per proteggere innanzitutto se stessa. Come conseguenza si è assistito ad un aumento spropositato del numero di amministrativi, spesso spostando dal più utile lavoro sul paziente legioni di ausiliari sindacalizzati, al conferimento di contratti di consulenza cervellotici all’assegnazione di appalti per lavori spesso inutili o che spesso devono essere ripetuti perché mal fatti e a volte bloccati dall’intervento della magistratura. Tutto beninteso reso, quasi sempre, legale dai poteri conferiti ai Direttori Generali, di diretta nomina politica, dalla legge 229/99, meglio nota come legge Bindi che, se nell’ex ministro della sanità riconosce la propria madre, nell’attuale ministro Balduzzi non può che riconoscere il proprio padre. E allora ecco il punto. Saprà il sig. ministro riconoscere l’errore di fondo della legge che ha contribuito a scrivere togliendo alla politica il potere di vita e di morte professionale della dirigenza sanitaria tagliando quel nodo gordiano di interessi perversi che soffocano il nostro ex sistema sanitario nazionale oggi sistema sanitario regionale? Ammesso che il ministro abbia questo coraggio, ci sarebbero comunque, inevitabili, le feroci resistenze dei partiti (tutti, nessuno escluso) che si vedrebbero sottrarre un consolidato sistema di potere e clientela. Continuare sulla strada finora percorsa, continuare a tagliare l’assistenza lasciando inalterata la fonte degli sprechi e delle clientele, magari auspicando, come i politici di professione fanno, l’attuazione di una “buona politica” senza che poi nessuno sappia di cosa si tratti e soprattutto fatta da chi, visti i risultati degli attuali amministratori locali, significa sapere fin da ora che la battaglia sarà inevitabilmente persa e che alla fine a vincere saranno corrotti e corruttori loro sì espressione della vera anti politica, ovvero del contrario di ciò che la politica dovrebbe essere.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario