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In stallo la liberalizzazione del commercio

Pochi progressi da Doha a Hong Kong

A un mese dalla riunione decisiva l’accordo sembra lontano. E gli aiuti di scarsa qualità

di Paolo Bozzacchi - 02 novembre 2005

Lo stallo più totale. Questa la condizione in cui da due anni versano le trattative interne all’Organizzazione mondiale per il commercio (Wto) per sbloccare i cosiddetto “Doha round”, il progetto di liberalizzazione degli scambi di prodotti su base globale. A un mese dalla riunione di Hong Kong del prossimo 13-18 dicembre, da molti considerata decisiva, la musica non cambia, neanche dopo la proposta dell’Unione europea di tagliare in media del 46% le tariffe applicate ai prodotti agricoli extracomunitari.

Gli Usa non ci stanno, e chiedono “una nuova proposta, che dimostri più coraggio”. Lo stesso annuncia il Brasile, che giudica “insufficiente” lo sforzo di Bruxelles. A questi si accoda anche l’Argentina, e last but not least anche l’Africa. Tutti chiedono all’Ue di arrivare a un ribasso medio del 54%, ma quest’ultimo è frenato dalla Francia, preoccupata di far perdere troppi benefici ai propri coltivatori diretti. Ancora una volta il dito sembrerebbe puntato sull’Unione europea, costretta a mostrare le proprie divisioni interne. Ma a guardar bene dal fallimento di Cancun nel 2003, questa europea sembra essere la maggiore apertura al sacrificio, non fosse altro perché non indica scadenze a lungo termine, ma piuttosto immediate. Come non ricordare, infatti, la posizione degli Stati Uniti che si sono dichiarati “pronti dal 2010” a eliminare i sussidi alle esportazioni agricole?

Dopo che nel novembre 2001, a Doha in Qatar, per la prima volta i paesi membri dell’Organizzazione mondiale per il commercio avevano concentrato l’attenzione sui bisogni dei paesi in via di sviluppo, nel 2003 il negoziato tra Usa, Ue e Paesi in via di sviluppo è clamorosamente fallito, soprattutto grazie all’eccessivo protezionismo americano ed europeo.

La situazione è dovuta anche alla democrazia interna del Wto, che consente ad ognuno dei 184 paesi membri di porre il veto su decisioni poco gradite. Per questo non deve sorprendere una trattativa che ha già compiuto tre anni, e che sembra ancora molto lontana dal giungere ad una conclusione positiva. Che anche la democrazia possa definirsi in alcuni casi “eccessiva”?

La congiuntura economica sfavorevole e più di qualche attrito interno hanno suggerito agli Stati Uniti e all’Europa di frenare politicamente dopo lo slancio della cancellazione del debito dei Pvs.

Usa e Ue non hanno perciò garantito seri aiuti finanziari destinati ai paesi che stanno completando il cammino di riforme in senso democratico, né tanto meno hanno abbattuto le barriere protezionistiche e i sussidi alle esportazioni agricole. E’ una scelta comunque poco lungimirante, perché ignora gli effetti positivi potenziali di un innalzamento del reddito medio globale.

Gli aiuti dei paesi industrializzati risultano a oggi di scarsa qualità ed efficienza, grazie a corruzione, sprechi, scarsa attenzione alla capacità di assorbimento e dubbie pratiche di disborso (vendita sovrapprezzo di prodotti in cambio di apertura dei propri mercati). Per questo anche nell’ambito di un negoziato come quello interno al Wto, in cui la convenienza sembra essere per tutti, si è costretti a suggerire ipotesi di costosi monitoraggi indipendenti, che garantiscano in qualche modo la trasparenza delle operazioni.

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