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Se la laurea non vuole più dire eccellenza

Pochi, ma che almeno siano buoni

Il problema dei nostri laureati non è il numero, ma la loro (im)preparazione

di Carmelo Intersimone - 30 ottobre 2006

Cala il numero di laureati e di iscritti all’Università: non necessariamente questo deve essere considerato un male. Da troppi anni molte facoltà sfornano ragazzi che non hanno nessuna possibilità di svolgere i compiti previsti dal loro lungo e oneroso percorso formativo; troppo spesso i giovani laureati si ritrovano a dover accettare lavori che avrebbero potuto intraprendere alcuni anni prima senza necessità di titolo di studio o, peggio ancora, restano a carico dei familiari a tempo indeterminato, attendendo un’occasione che non si presenterà.
A volte le statistiche possono essere traditrici e, a tal proposito, mi permetto di citare un esempio che mi riguarda personalmente, trattandosi della mia professione. In Italia negli ultimi 10 anni il numero di laureati in Medicina Veterinaria è aumentato in maniera esponenziale: un veterinario su 5, nell’UE, è italiano. Chiunque si renderebbe conto che in Italia non si dovrebbe più laureare un veterinario per almeno altri 5 anni: eppure fino a due anni fa autorevoli organi di informazione e istituti di statistica continuavano ad affermare, a dispetto di qualsiasi realtà di campo, che Veterinaria era una delle facoltà che dava più sbocchi lavorativi!
Siamo sicuri che un numero inferiore di laureati in Lettere, in Legge, in Lingue sia veramente un problema? E’ vero che laurea è ancora sinonimo di cultura ma, spesso, di cultura fine a se stessa, pura ginnastica intellettuale, inutile al progresso del singolo e del Paese. L’attuale sistema universitario ha enormi responsabilità per questo stato di cose: quanti professori, insegnano oggi le stesse nozioni di trent’anni fa, senza accorgersi che nel frattempo tutto attorno a loro è cambiato? Quanti si vantano (si vantano!) di non saper accendere un PC? Quante facoltà sono state aperte in giro per l’Italia solo per soddisfare interessi locali, senza tenere conto della mancanza delle minime risorse umane, infrastrutturali ed economiche necessarie ad un funzionamento adeguato?
È necessario, a mio parere, che il concetto di laurea torni ad essere nuovamente sinonimo di eccellenza, e per fare questo bisogna cancellare quel coacervo di clientele e di privilegi rappresentato dall’attuale sistema universitario italiano. Un docente non al passo con i tempi, una facoltà incapace di formare devono essere obbligati a migliorarsi, od a scomparire. Vanno creati dei parametri che permettano di valutare l’efficienza del sistema formativo. A tal proposito, penso che i tanto bistrattati Ordini Professionali potrebbero svolgere un ruolo importante nella valutazione non tanto dei giovani che si affacciano alla professione, quanto delle strutture materiali ed umane che dovrebbero prepararli.
Ancor prima del “prodotto” laureato è obbligatorio che sia il “produttore” Università a dover essere messo a confronto col mercato: prima che sia troppo tardi, e che le nostre risorse inutilizzate o, peggio, soffocate, vengano definitivamente spazzate via da quei Paesi che queste regole applicano da due decenni.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario