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Isae: è allarme per le medie imprese italiane

Piccole, mal gestite e in difficoltà

Il rapporto su ‘Dimensioni, competitività e regolamentazione’: “Essenziale ridurre l’Irap”

di Alessandro D'Amato - 06 dicembre 2005

Piccole, mal gestite e in difficoltà. Ma soprattutto: succubi di un sistema di regolamenti, lacci e laccioli che ne favorisce la sottodimensione e il ritardo di crescita, contribuendo al rallentamento della nostra economia. Questo il quadro delle imprese manifatturiere in Italia tracciato dall’Isae nel suo rapporto su “Dimensioni aziendali, competitività e regolamentazione”.

Lo studio parte dalla bassa dimensione delle aziende manifatturiere in Italia: in media 8 addetti per impresa contro una media Ue di 20. Le cause, secondo l’Isae sono: una forte concentrazione di imprese e addetti nelle classi di dimensioni più basse e una forte diminuzione del peso delle imprese di grandi dimensioni. Lo sviluppo delle pmi è quindi legato al declino della grande impresa pubblica e privata. E le conseguenze dirette sono state quindi i bassi investimenti in ricerca e sviluppo, la poca innovazione e il ruolo contenuto nei processi di internalizzazione. Oltre alla famosa e cronica assenza di economie di scala, diretta conseguenza di una politica industriale che latita.

Il quadro delle pmi italiane risulta quindi meno competitivo perché caratterizzato da una dinamica molto contenuta della produttività: difficoltà nell’export, riduzione significativa delle quote di mercato, affanno di settori e distretti maggiormente esposti. Insomma, è come se il conclamato slogan “Piccolo è bello!” si fosse ritorto contro di noi negli anni della competizione globale.

In questa ottica, come si è comportato lo Stato nei confronti dell’industria in una situazione così difficile? Secondo l’Isae il nostro “ambiente economico” non ha aiutato la crescita dimensionale delle aziende, anzi, se possibile, ha fatto di tutto per ostacolarla. Le regole che il paese si è dato, in molti casi, hanno frenato la crescita delle imprese. Nell’ultimo periodo, le pmi hanno saputo reagire all’aumento di concorrenza, attraverso le delocalizzazioni, gli spostamenti di filiera produttiva e il generale rafforzamento delle medie imprese. La delocalizzazione, secondo l’Isae, oltre ad una serie di caratteristiche positive, va anche a braccetto con la crescita dimensionale, senza però far perdere occupazione, come si teme da più parti.

In ultimo, l’Isae traccia una mappa degli interventi effettuati e delle cose da fare da parte dello Stato nel settore delle pmi. Tra gli interventi positivi si ricordano la nuova normativa del diritto fallimentare, che ridimensiona il costo del fallimento, la riforma del diritto societario, le regole su finanza d’impresa e i confidi (una strada per assicurare rapidi e adeguati finanziamenti al rischio d’impresa), e la legislazione giuslavorista (in particolar modo la legge Treu e la Biagi). I vantaggi fiscali, invece, sono in qualche misura ridimensionati dagli elevati costi amministrativi che ne precludono l’accesso alle imprese di piccole dimensioni, così come la responsabilità solidale a cui è sottoposta la controllante per le somme dovute da ciascuna società controllata. Dal punto di vista delle proposte, invece, per l’Isae bisogna in primo luogo ridurre il grado di “ostilità delle policies” (semplificazione burocratico-amministrativa); poi modificare le regole autorizzative all’allargamento degli impianti. Ma ciò che potrebbe aiutare più di tutti, conclude il presidente dell’Isae Alberto Malocchi, è “una riduzione dell"Irap per le imprese che crescono. Uno sconto d"imposta agganciato agli incrementi nella basa imponibile (o sue specifiche componenti come il costo del lavoro), rappresenta uno strumento relativamente semplice dal punto di vista amministrativo e trasparente per l"impresa. Visto che l’Irap colpisce tutte le imprese, l"incentivo può avere la massima diffusione”.

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