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Public Policy

Una manifestazione senza disegno politico

Piazza piena, politica vuota

Il vero tema emerso è l'incapacità di dare una risposta ai problemi posti da parte dell’opposizione

di Davide Giacalone - 18 ottobre 2010

Una grande prova di forza, una piazza vera, un popolo reale. Ma la manifestazione Fiom manca di respiro e disegno politico. Fornendo lo spettacolo di un segretario generale della Cgil, Gugliemo Epifani, che parla a fatica, accompagnato dalle proteste e sotto la “protezione” di chi lo avversa: Giorgio Cremaschi e Maurizio Landini. Un Epifani che ha capitolato, costretto a ricordare, nel suo ultimo comizio, che ha fatto tanti scioperi generali, quasi a scusarsi e accreditarsi, costretto ad accettarne un altro, rinunciando a dire che il bilancio di questi scioperi è fallimentare. Obbligato a subire il canto di vittoria, tutto interno alla Cgil, di Cremasci. Stiano attenti a gioire, gli antipatizzanti di questo sindacato, perché il segnale è preoccupante.

Il tema vero, che s’impone alla riflessione di tutte le persone responsabili, consiste in un pezzo del Paese che si sente estraneo al linguaggio della globalizzazione, una minoranza consistente (quella che tale si è dimostrata a Pomigliano d’Arco) che ha perso rappresentanza politica. E’ un gran bene che la manifestazione si sia svolta pacificamente, e ne va riconosciuto il merito alla Fiom e ai tantissimi che hanno sfilato.

Ma sarebbe sciocco non mettere in luce il prezzo che si è pagato: una piazza sindacale dichiaratamente indirizzata contro due sindacati, due capi sindacali, e non meno decisa a mettere con le spalle al muro anche i capi della Cgil. Lo sciopero generale, a questo punto, è la dimostrazione che nessun dirigente dell’opposizione, sia esso politico o sindacale, è in grado di dare una risposta ai problemi posti.

In piazza s’è ritrovato un gran popolo rosso, con molti che hanno voluto, con orgoglio, definirsi “comunisti”. Nulla a che vedere con il comunismo storico, sarebbe stolto rispondere loro (come pure è lecito) che un democratico non può che essere antitotalitario, quindi anche anticomunista. Sono “comunisti” perché non hanno trovato un’identità nel presente e la cercano nel passato. In un certo senso, per quanto orrido sia, sono “comunisti” anche perché Silvio Berlusconi li definisce tali. Dimostrazione ulteriore di un’intrinseca debolezza politica e culturale.

La manifestazione ha affermato due principi, dal palco e dalla piazza: il lavoro è un diritto e il contratto di lavoro deve essere nazionale e vincolante per tutti. Due concetti che furono rivoluzionari nell’economia latifondista, poi funzionali a quella industriale, mentre divengono fossili nella realtà odierna, aperta alla competizione globale. Il lavoro con è una torta data per natura, che si tratta di stabilire come dividere.

Oggi dipende dalla buona salute del sistema produttivo, che si misura con la competitività. Un Paese che perde competitività non ha un lavoro-diritto da dividere equamente, ma, semmai, un declino da tirarsi addosso, sperando di farlo pagare ad altri. Il contratto nazionale e vincolante è divenuto un ostacolo alla produttività, premiando le sacche d’inefficienza, coprendo le incapacità degli imprenditori (sorretti da sovvenzioni pubbliche), punendo i lavoratori migliori e appesantendo le imprese più dinamiche.

Il tema che il sindacato non può non porre, che deve essere presente a tutti, è come conciliare la ricerca della competitività con la tutela dei diritti dei lavoratori e dei disoccupati. Ma sfilare dicendo ai precari che si deve lottare per inserirli in un mondo che declina e che non può accoglierli significa prenderli in giro.

E quando Ladini inneggia ad una piazza che incarna “un milione di no all’accordo di Pomigliano”, cosa fa se non chiamare quei lavoratori alla battaglia contro la maggioranza dei lavoratori? Per questo dico che la manifestazione è stata una tosta dimostrazione di forza, ma lanciata contro ad un muro, infilatasi in un vicolo cieco.

La sinistra politica, quella che siede in Parlamento, ha accolto la manifestazione spaccandosi. Tanto per non cambiare. Chi c’era e chi appoggiava andava biascicando parole di circostanza. Ciò è pericoloso, perché le forze senza rappresentanza finiscono fuori controllo. Usino, se ne hanno il coraggio, il linguaggio della sincerità e della realtà: certe impostazioni sono fuori dal mondo.

Ma aggiungano, se ne sono capaci, che sono pronti ad andare nelle fabbriche, non nei salotti televisivi, a spiegare il perché. Se non saranno all’altezza della situazione vedranno moltiplicarsi l’assurdo, con l’Italia dei Valori che, da forza giustizialista e reazionaria, cavalca quel difetto d’identità e prospettiva che spera di nascondersi sotto le urla e le bandiere rosse.

Pubblicato da Libero

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