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Buco da 3,5 miliardi

Più tasse. Meno gettito

Il “terrore fiscale” genera fughe di capitali all’estero, cancella investimenti e consumi, rende i beni di lusso oggetto di riprovazione sociale.

di Enrico Cisnetto - 06 giugno 2012

Proprio mentre il premier spagnolo Rajoy lancia un grido d’allarme sulla condizione finanziaria della Spagna che conferma come la crisi europea non riguardi solo la Grecia, il che aumenta i rischi per la tenuta dell’euro, l’Italia si ritrova con un buco di bilancio di 3 miliardi e mezzo. Infatti, pur essendo aumentate rispetto all’anno scorso, nel primo quadrimestre le entrate tributarie sono cresciute meno di quanto stimato dal Def del 5 maggio scorso. All’appello manca quasi il 3%. Una diminuzione considerevole, causata quasi totalmente dalla contrazione dei consumi, e quindi da minori incassi derivanti dall’Iva. Dalla quale si sono ricavati 300 milioni in meno nonostante l’innalzamento di un punto percentuale dell’aliquota, dal 20 al 21%. A dimostrazione che all’aumento della pressione fiscale non corrisponde automaticamente un incremento di gettito, anzi. Se poi si va a vedere nel dettaglio, si scopre che il gettito è aumentato del 4,7% sulle importazioni, mentre è sceso del 2,2% nel mercato interno, a causa della negativa fase economica e al crollo degli scambi interni. Perché è proprio la domanda interna a soffrire di più. Lezione da imparare da questi numeri: evitiamo un ulteriore innalzamento dell’Iva, tassa che più delle altre colpisce indistintamente tutte le classi sociali, senza differenza fra le diverse categorie di reddito. Se si facesse, si tratterebbe di un provvedimento che limiterebbe ancor di più la domanda interna e, di conseguenza, i presupposti per la tanto agognata crescita che tutti invocano (quasi sempre senza dar seguito agli auspici). Ma oltre che dalla componente materiale, l’economia è mossa anche da non trascurabili fattori psicologici. Proprio ieri Monti ha dichiarato che “sul fronte dell"evasione fiscale abbiamo avuto buoni risultati, assicuro che saremo ancora più duri”. Ma, dati alla mano, il tanto incensato contrasto all’evasione fiscale ha sì fatto registrare nei primi quattro mesi del 2012 un aumento di incassi del 3,7%, solo che ciò corrisponde in valore assoluto a 74 milioni di euro. Briciole per il bilancio dello Stato. Il totale annuale della lotta all’evasione si aggirerebbe intorno ai 6 miliardi di euro. Se proprio il Ministero delle Finanze ci comunica che, a causa della crisi e della contrazione dei consumi, in quattro mesi si è incassato 3,5 miliardi di meno, si vede chiaramente come il gioco non valga la candela. Monti ha anche aggiunto che “certe azioni della Guardia di finanza hanno fatto prendere un pizzico di salutare paura in più”. Forse un po’ troppa paura, se il “terrore fiscale” genera fughe di capitali all’estero, cancella investimenti e consumi, rende i beni di lusso oggetto di riprovazione sociale. Si rischia così di alimentare una spirale negativa che condiziona il presente e cancella dall’orizzonte il futuro. Lo Stato, e le tasse che impone, dovrebbe essere uno strumento per elevare la condizione di vita dei cittadini, non i cittadini la condizione dell’esistenza stessa dello Stato e delle sue imposte.

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