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Public Policy

Un’opportunità di crescita per il nostro Paese

Più spazi alla Federmanager

Una classe dirigente da valorizzare per lo sviluppo dell'Italia e non da penalizzare

di Cinzia Giachetti* - 19 ottobre 2007

Ora basta. Vogliamo contare anche noi nei tavoli di concertazione, non ci sono solo 3 Sindacati e la Confindustria, c’e’ anche una classe dirigente nel paese che vuole contare e su cui il paese dovrebbe puntare per il rilancio dello sviluppo economico e della competitività. La Federazione dei dirigenti industriali, i quadri e i ceti professionali continuano a essere nel mirino del governo, aggiungendo alle già alte aliquote fiscali, i tagli previsti dall’accordo su welfare che vanno a penalizzare i dirigenti in servizio e i pensionati. Tutto questo per l’incapacità di questo governo a “stanare” l’evasione fiscale ma soprattutto a ridurre la spesa pubblica. La classe dirigente di questo paese, paga le tasse regolarmente avendo reddito da lavoro dipendente e con orgoglio rappresenta quei pochi italiani che denunciano redditi al di sopra di 100.000 euro lordi.

E’ bene chiarire che la Federmanager rappresenta in larghissima parte i dirigenti con redditi tra 100.000 e 150.000 euro, la maggior parte dei pensionati intorno a 50-60.000 euro annui e siamo abituati da sempre al concetto di “meritocrazia” su cui si basa o si è basata la nostra retribuzione. Non vogliamo essere confusi con top manager di altre aziende private che comunque sono retribuiti in base ai profitti aziendali e neanche con esempi poco edificanti di aziende pubbliche, che percepiscono stipendi e liquidazioni da super-enalotto senza alcun obiettivo o collegamento con l’equilibrio di bilancio o con i profitti dell’azienda. Va anche aggiunto che sui redditi lordi dei dirigenti gravano anche alti oneri relativi alla previdenza e alle spese sanitarie. Non solo, ma noi non abbiamo l’articolo 18 che ci assicura la continuità del nostro impiego e raramente restiamo in una stessa azienda fino all’età pensionabile. Il nostro lavoro come dipendenti può corrispondere oggi a circa 15 anni in totale, il resto del tempo lo impieghiamo trovare altri lavori e a continuare a versare contributi volontari fra un lavoro e l’altro, come dei veri professionisti. Detto questo non ci vogliamo certo lamentare rispetto alle molte famiglie italiane che faticano arrivare a fine mese, ma vorremmo almeno essere ascoltati e che i nostri sacrifici andassero in larga parte a beneficio dei più deboli e non allo spreco della spesa pubblica.

Mentre il governo continua a prendere in giro anche i ceti a basso reddito, sbandierando “150 euro annui per gli incapienti”. Chi ha fatto i conti ha evidenziato che 150 euro all’anno corrispondono a meno di 50 centesimi al giorno. E si prendono in giro anche i giovani, non solo si trattano da “bamboccioni” ma si dice loro che la detrazione dell’affitto permetterà loro di essere indipendenti. Se questo governo avesse voluto veramente aiutare i giovani e non gli attuali cinquantenni, che hanno una prospettiva di vita molto più lunga che nel passato, avrebbe lasciato la legge Maroni per l’allungamento dell’età pensionabile. Manca il coraggio di fare le grandi scelte necessarie per il paese, come ad esempio quella di dire che in un paese moderno e orientato allo sviluppo l’età pensionabile deve essere 65 anni (salvaguardando le categorie con lavoro usurante). Il non coraggio delle grandi scelte porta il governo da un lato a penalizzare chi ha sempre contribuito alla gestione dello Stato e dall’altro a non fare niente per lo sviluppo, provvedendo ai bisogni delle famiglie, dei giovani e delle donne con dei “dolcetti” umilianti.

Il protocollo per il welfare riflette la politica devastante di questo governo che annuncia di non aumentare le tasse ma tutti i costi del protocollo sono andati a svantaggio della nostra categoria e di altri ceti professionali considerati “privilegiati” da chi privilegi li ha davvero ma sono intoccabili. Non solo, ma si è costruito un effetto mediatico di attacco alla categoria sulle principali trasmissioni di intrattenimento della televisione pubblica e privata, senza mai la presenza di un rappresentante della categoria che possa replicare. Si sparano delle cifre sullo squilibrio creato dalla “cassa pensioni” dei dirigenti che vanno da 1,5 euro (L’Infedele del 17 ottobre) a 2,2 miliardi di euro (Anno Zero del 18 ottobre) all’anno senza citare le fonti da cui si prendono queste cifre e le altre categorie con simili squilibri.

Dopo l’effetto delle manifestazioni di antipolitica molti rappresentanti di governo, di nuovi partiti e di opposizione si sono sbilanciati nel proporre riduzioni di spesa pubblica, di parlamentari ecc. Tutte chiacchiere perché sono proposte che avranno un iter lunghissimo e lasciano il tempo che trovano. La buona politica richiederebbe provvedimenti immediati da oggi. La categoria dei dirigenti industriali e delle alte professionalità rappresenta, in questo momento difficile per il nostro paese, una opportunità di crescita della competitività delle imprese, soprattutto delle medio piccole, che faticano a stare al passo con l’innovazione, spesso per la mancanza di un adeguato “management”. Una delle principali cause della incapacità di competere con il mercato globale delle nostre imprese è identificata da tutte le Associazioni di categoria, da Confindustria e dalle Istituzioni, nella gestione “troppo familiare” della piccola e media industria. Un governo capace di proporre misure per lo sviluppo, invece di colpire continuamente la categoria dei dirigenti, dovrebbe attuare misure per aiutare la piccola e media impresa ad acquisire manager qualificati e pronti ad affiancare l’imprenditore per lo sviluppo della competitività dell’azienda, ma soprattutto per “fare sistema” con il resto della catena del processo di innovazione.

La Federmanager ha già espresso a rappresentanti di questo governo le esigenze della categoria, ma ad oggi nessuna risposta. Anche se non siamo soliti protestare in piazza, la Federmanager sta organizzando 2 grandi manifestazioni: la prima si terrà il 7 novembre a Roma, presso Centro Spazio Etoile, Piazza San Lorenzo in Lucina n. 41; con inizio alle ore 15.00. La seconda si svolgerà il 12 novembre a Milano presso Hotel Executive, Viale Luigi Sturzo n. 45, con inizio alle ore 15.00. Invitiamo tutte le categorie professionali ma anche altre Associazioni a partecipare alle nostre manifestazioni se ritengono di condividere le nostre motivazioni di profonda insoddisfazione nei confronti di questo governo. Per informazioni sugli eventi di Roma e Milano (www.federmanager.it).

*Dirigente industriale
Presidente Federmanager - Pisa
Presidente Progetti Manageriali s.r.l. - Roma

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario