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Attenti, non si può parlare di buona salute collettiva

Più soldi in tasca?

Senza un aumento della produttività ci stiamo solo impoverendo

di Davide Giacalone - 04 febbraio 2009

Avevamo ragione, i nostri conti, fatti con il lapis, sono stati confermati dall’Istat: i lavoratori dipendenti hanno incrementato il loro potere d’acquisto. I salari sono cresciuti, l’anno scorso, del 3,5%, mentre l’inflazione s’è fermata al 3,3. Ora è ancora più bassa e, quindi, maggiore il vantaggio per le categorie protette. Stabilito che non eravamo propagandisti o visionari, si stia attenti a non credere che questi dati dimostrino la buona salute collettiva. Anzi, sono preoccupanti.

Sono delle medie, naturalmente, e sono influenzati anche da pagamenti straordinari. Se si guarda dentro si scopre che l’incremento di ricchezza ha premiato i settori non esposti al mercato, protetti dalle leggi o dalla spesa statale, come assicurazioni ed impiego pubblico, mentre altri hanno perso potere d’acquisto, come nel settore agricolo. Non solo la distanza fra protetti e non si allarga, ma i premi in denaro si sono indirizzati verso chi non ha aumentato affatto la produttività. C’è stata una redistribuzione, a favore di chi meno ha contributo alla ricchezza nazionale. E dato che è stata finanziata, in buona parte, con la spesa pubblica, ne deriva che la redistribuzione è andata a danno dei pagatori di tasse e dei giovani, su cui grava il debito.

La crisi, fin qui, è stata spettacolo ed ha riguardato, da noi, i risparmiatori con i soldi in Borsa. Non c’è stato il crollo dei consumi, anche perché in molti avevano più soldi in tasca. Si dirà: si vendono molte meno auto. Certo, e meno ancora se ne venderanno se continuiamo a far credere che sono in arrivo incentivi e contributi, inducendo tutti ad aspettare. Il guaio è che la crisi vera deve arrivare, schiantandosi contro i lavoratori a tempo determinato, e mentre si aiuteranno le grandi industrie si strozzerà l’indotto. Alcuni avranno più soldi, mentre altri non ne avranno affatto. Questo è il problema politico e sociale.

Molti credono, a sinistra come a destra, che sia virtuoso, keynesiano e bastevole far circolare più denaro, tonificando il mercato. Sono fuori dal tempo e dal mondo. Se i quattrini non vanno nel senso della maggiore produttività, ci stiamo solo impoverendo. Come il nobile decaduto che passava le serate con le donnine parigine: splendido viveur, candidato all’imminente miseria ed alla dannazione degli eredi.

Pubblicato su Libero di mercoledì 4 febbraio

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario