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Prendiamo spunto dalle vicende del Mediterraneo

Più o meno petrolio?

È ora di accelerare i programmi di riequilibrio delle fonti di approvvigionamento energetico

di Enrico Cisnetto - 25 febbraio 2011

Paolo Scaroni ha perfettamente ragione: il caso Libia è destinato a incidere sui prezzi e non sui flussi del petrolio. Primo perché, dal lato della vendita, il fronte dell’Opec è perfettamente in grado di rimpiazzare la produzione libica, che conta solo il 2% dell’intera produzione mondiale, aumentando le quote degli altri paesi estrattori. Secondo perché, dal lato dei prezzi, la spinta che ieri ha portato il costo del barile a toccare e superare la soglia dei 100 dollari sul mercato di New York e i 120 dollari sul mercato del brent (il greggio del Mare del Nord, la cui quotazione determina quella del 60% del petrolio estratto nel mondo), è arrivata dopo una lunga fase di rialzi iniziati l’estate scorsa quando in agosto aveva toccato il barile aveva toccato gli 80 dollari per poi arrivare a 90 in dicembre.

Cioè comunque prima che il Mediterraneo, dall’Egitto alla Tunisia, e il Medio Oriente fossero infiammati da rivolte popolari, ora sbarcate in Libia con una tale forza da mettere in pericolo un potere consolidato nei decenni come quello di Gheddafi. Insomma, il petrolio era tornato caro – anche se ancora lontano dal record storico di 147,27 dollari al barile segnato il 2 gennaio 2008 – ben prima che il Maghreb fosse in fiamme, e ora da questo “1989 del mondo islamico” non può che trovare motivi per ulteriori rincari. E non sarà la decisione dell’Opec di aprire di più i rubinetti che potrà calmierarlo, nonostante che non sarà difficile rimpiazzare non solo il greggio libico ma di tutto il fronte di crisi, che si calcola arrivi a non più del 6% della produzione totale.

La vera differenza la faranno le aspettative dei mercati. Non quelle di breve momento – che non è difficile indovinare siano e saranno orientate al peggio – ma di medio e lungo termine. E qui la partita si gioca incrociando le aspettative sul greggio con quelle sulla crescita economica planetaria in una fase in cui né l’Europa né gli Stati Uniti hanno risolto i problemi finanziari che sono esplosi con la crisi iniziata nell’estate del 2007.

Mettendo in conto che ogni 10 dollari di aumento del prezzo del barile vuol dire mezzo punto di meno di pil mondiale, e che la recessione del 2009 (per Italia e Giappone anche 2008) è dietro le nostre spalle solo da 14 mesi. Con la differenza che i paesi emergenti – il cui sviluppo impetuoso è in buona misura all’origine dei rincari, visto l’aumento vertiginoso dei loro consumi per sostenere i quali sono disposti a pagare qualunque prezzo – se ne accorgerebbero relativamente, mentre le aree di vecchia industrializzazione, e l’Europa in particolare sarebbero destinate a subire i danni maggiori.

Naturalmente non sappiamo fino a quali punte arriverà il prezzo dell’oro nero – e le proiezioni che parlano di 200 o addirittura, come quella di Nomura, di 220 dollari al barile, lasciano il tempo che trovano, nel senso che un giorno potranno anche rivelarsi fondate ma oggi non sono certo suffragate da alcun elemento di valutazione razionale – e tuttavia è bene considerare che la fase storica dei 50-60 dollari è finita e che quella degli 80-100 (come minimo) è aperta e destinata a consolidarsi.

Questo vuol dire che i business plan delle economie mature e fortemente dipendenti dagli idrocarburi, quella italiana in primis, devono essere rivisti e riscritti. Per esempio, quanta inflazione potranno generare questi rincari, e di conseguenza che effetti questa potrà avere sui tassi d’interesse? Perché era già chiaro prima di questa fase critica che, almeno in Europa, il saggio Bce all’1% non sarebbe più stato sostenibile, e ora lo è ancora di più e potrebbe avvicinarsi con maggiore rapidità il momento del rialzo. Ma tassi più alti ed energia più cara non sono certo le condizioni migliori per consolidare la ripresa, anzi.

E questo vale a maggior ragione per noi, che già nel 2010 abbiamo pagato il prezzo di un deficit record della bilancia commerciale: 27,3 miliardi (5,9 miliardi l’anno precedente), la cifra più alta mai registrata in termini nominali a prezzi correnti. Ma la cosa più grave e allarmante è che questo squilibrio non ci sarebbe stato, anzi ci sarebbe stato un avanzo di 25,1 miliardi (contro 36,7 miliardi del 2009) se non ci fosse stata la nostra dipendenza energetica.

Questo significa che nel 2010 la bolletta di petrolio e gas naturale ha pesato nell’interscambio per 52 miliardi, più della metà di quanto ci costi il nostro enorme debito pubblico. Dunque le vicende del Mediterraneo sono un motivo in più, e che motivo, per smetterla con le sciocchezze, rifare i conti e accelerare i programmi di riequilibrio delle fonti di approvvigionamento energetico, a cominciare dal ritorno del nucleare.

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