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Tra errori nell’asta e divisioni governative

Più che una vendita, un’agonia

Alitalia è ormai una via crucis.L’unica via d’uscita è un partner industriale come AirOne

di Enrico Cisnetto - 28 maggio 2007

Speriamo finisca presto. La privatizzazione di Alitalia è una penosa via crucis, che si somma all’agonia operativa e finanziaria della società e ai danni provocati dall’irresponsabilità sindacale, che non si ferma neanche davanti alla condizione fallimentare della controparte. La cessione di quel che resta della compagnia di bandiera, anziché essere l’estremo tentativo – seppur tardivo – di salvarla, si sta rivelando una strada lenta e tortuosa verso una totale impasse, niente di più che una pura e semplice svendita di slot (permessi di volo). Invece, in una situazione di crisi così grave, buon senso e coraggio avrebbero dovuto indurre il Tesoro a scegliere la modalità della trattativa diretta con un partner industriale, sapendo far fronte – come compete a chi sa governare – all’inevitabile accusa di scarsa trasparenza. Così si sarebbe potuto spiegare da subito quali erano le condizioni reali dell’azienda, e capire a sua volta le vere intenzioni dell’acquirente. In questo modo, invece, Alitalia si è trovata a dover svalutare la propria flotta in piena gara, obbligando i futuri nuovi azionisti a ricapitalizzare la società, che giocoforza si rifaranno sul venditore ottenendo un congruo sconto sul prezzo di vendita. In ogni caso, una volta decisa la strada dell’asta, coerenza e decenza avrebbero voluto che le regole fossero stabilite una volta per tutte e che il governo adottasse una linea comune. Attese andate deluse. Tradite da continui aggiustamenti in corsa del Tesoro – sulla quota in vendita, sui vincoli per gli acquirenti, sull’integrazione delle cordate – e dallo scandaloso vortice di dichiarazioni e controdichiarazioni di ministri. Da Di Pietro, che ha sbirciato le tre offerte rimaste in gara per sentenziare che un paio erano “altamente competitive” (scaricando così il terzo concorrente: complimenti, una modalità istituzionalmente impeccabile), a Bianchi, che ha deciso di protestare pubblicamente contro la disponibilità manifestata da Padoa-Schioppa a vendere l’intero 49,9% in possesso del Tesoro.

Ora che tutti questi errori sono stati compiuti, c’è solo da sperare che l’asta sia vinta da chi ha in testa un progetto industriale che assicuri all’Italia un sistema di traffico aereo aperto alle grandi rotte internazionali. Sapendo, peraltro, che molto dipenderà dalle infrastrutture e dai servizi ad esse collegati (oggi da terzo mondo). Da questo punto di vista, la cordata capeggiata da AirOne sembra senza ombra di dubbio quella che può dare maggiori garanzie, vista la conoscenza del settore, la capacità di trattare con i sindacati di Carlo Toto, i 90 nuovi aerei che l’imprenditore ha già ordinato e la partnership con Lufthansa, considerato che l’alleanza con un vettore europeo forte è indispensabile. Certo, ci sarebbero problemi di concorrenza, specie sulla rotta Milano-Roma, ma a parte il fatto che è meglio un dimagrimento imposto dall’Antitrust dello stillicidio concorrenziale avvantaggiando le compagnie low-cost, solo così si riuscirebbe a salvare il salvabile, e di questo Catricalà non potrà che tenerne conto. Evitando che una privatizzazione nata male, finisca pure peggio. Pubblicato su Il Messaggero del 27 maggio

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