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Letta in visita a Berlino, Parigi, Bruxells

Più che il "dove" conta il "come"

L'errore del neo premier nel suo pellegrinaggio europeo e le vere armi a disposizione dell'Italia nella battaglia con Berlino

di Enrico Cisnetto - 03 maggio 2013

Se fossi stato in Letta avrei evitato il giro che lo ha portato al cospetto di Merkel, Hollande e Barroso. Per carità, era opportuno andare a presentarsi a interlocutori che sono certo più decisivi dei tanti politici nazionali che non hanno smesso di tirargli la giacca da quando è stato indicato da Napolitano come premier. Ma forse era meglio aspettare qualche giorno, e presentarsi con una qualche decisione già presa che potesse accrescere la credibilità italiana agli occhi di chi ci vive come il più grande, e quindi il più pericoloso, dei paesi dell"eurosistema che sono in difficoltà. Perché era giusto andare a sottolineare ciò che l’Italia ha già fatto in termini di risanamento finanziario e a rivendicare politiche di sviluppo che fin qui non si sono potute fare. Ma proprio per questo, occorreva andarci dicendo concretamente con quali misure (almeno abbozzate, se non già approvate) il nuovo governo intende rendere compatibili il mantenimento degli impegni assunti in materia di finanza pubblica e le iniziative a favore della crescita e dell’occupazione. Compatibilità che sembra essere – più che giustamente, sia chiaro – l’architrave della politica economica del duo Letta-Saccomanni.

Facciamo un passo indietro, per capirci meglio. Io credo che esistano due distinti piani su cui porre la dinamica dei rapporti con i partner europei. Il primo riguarda noi, il secondo l’intero eurosistema. Sul primo fronte, se ci siamo guadagnati la chiusura della procedura Ue di deficit eccessivo – addebito che ci eravamo meritati, senza giustificazione alcuna – facendo politiche recessive, questo non può certo essere addebitato a Bruxelles, Berlino e Parigi. Per questo chiedere loro di concederci una deroga che possa permetterci di tornare a spendere (o a incassare meno dal lato fiscale) per tamponare la caduta del pil, non è né serio né utile.

Resto convinto che se al posto di una riduzione sotto il 3% e verso lo zero del rapporto deficit-pil (manovra che nessuno degli altri paesi ha fatto, o comunque non nella misura nostra) noi avessimo contro-proposto ai nostri interlocutori un piano credibile di rientro dal debito attraverso una riduzione una-tantum derivante dalla cessione finanziaria (non tout-court) del patrimonio pubblico, mobiliare e immobiliare, nessuno avrebbe obiettato, anzi. E una manovra del genere – che il sottoscritto in compagnia di tanti altri, sempre più numerosi col passare del tempo, ha suggerito a Monti senza neppure che ci degnasse di un diniego – sarebbe stata proprio quella giusta da portare agli interlocutori che Letta ha visto nelle sue 36 ore europee. Se non l’ha fatto – non ce n’è alcuna evidenza – sarà bene che s’indirizzi presto su questa strada, se vuole che l’Europa lo stia a sentire.

E da sentire ci sarebbe anche la seconda e distinta parte del discorso “rilancio della crescita” che Letta ha fatto, commettendo però l’errore di mischiarla con la prima. Mi riferisco al cambio di passo che tutta Europa, tedeschi compresi, deve fare per andare incontro alla ripresa. Qui ci ha già pensato l’Fmi a dimostrare che erano stati sottostimati gli effetti recessivi della politica di austerità, e che da quella logica occorre uscire. Sappiamo bene che nulla potrà accadere fino a quando non si saranno tenute le elezioni in Germania. E che è già grasso che cola vedere la Bce ridurre ulteriormente il costo del denaro, come ha fatto ieri. Ma prima o poi, salvo non rompere il filo sottile cui è ancora aggrappato l’euro, anche Berlino dovrà porsi il duplice problema, da un lato, di dare maggiore sostegno ai consumi interni, di aiutare le esportazioni e di rilanciare gli investimenti nelle grandi infrastrutture continentali e nella tutela preventiva del territorio, e dall’altro, di avviare il processo di unione bancaria, cui far seguire una prima, seppur parziale, mutualizzazione dei debiti pubblici. E in quel momento al tavolo decisionale si siederanno solo quelli che potranno dimostrare di aver già sistemato casa propria.

Per questo, nell"immediato occorre far emergere tutto il deficit delle pubbliche amministrazioni, anche quello fin qui nascosto (o, peggio, ignorato) dalla Ragioneria dello Stato, e pagare l’arretrato di debiti con le imprese, piuttosto che tentare di negoziare (inutilmente) un allentamento del fiscal compact. Dunque, ora che il viaggio europeo è finito e prima che i ministri troppo loquaci dicano sciocchezze – se ne sono già viste abbondanti avvisaglie – e in generale il tritacarne del dibattito all"italiana massacri le buone idee ed esalti le futilità, Letta prenda in mano con decisione il bastone del comando e indichi la rotta. Che, per fortuna nostra, conosce bene.

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