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Rilanciare fonti alternative ed energia nucleare

Petrolio, serve una politica energetica

La stagione del greggio a 40 dollari è finita. Investiamo i dividendi di Eni ed Enel

di Enrico Cisnetto - 26 settembre 2005

Il sistema politico italiano, se solo si distraesse un momento dalla prematura campagna elettorale e dai contrasti mortali all’interno dei due poli, avrebbe l’opportunità e le risorse per dare una risposta intelligente al problema del caro petrolio. Dovrebbe, tanto per cominciare, rendersi conto che la stagione del greggio tra 20 e 40 dollari al barile è definitivamente morta e che gli ultimi aumenti sono strutturali. Primo perché il consumo dei paesi emergenti rende permanente che la domanda superi l’offerta. Secondo perché finora non si è vista nemmeno l’ombra della buona volontà dei paesi produttori, che per ridurre i prezzi dovrebbero investire massicciamente sull’ammodernamento degli impianti estrattivi. Altro che i “finti” incrementi della produzione proposti puntualmente dall’Opec (come i 2 milioni di barili in più promessi qualche giorno fa) pur sapendo che la capacità estrattiva è già al massimo. Terzo perché, come dimostrano gli scarsi risultati del vertice di Washington, anche la lungimiranza dei paesi consumatori, che in maniera coerente tra loro devono promuovere l’efficienza e il risparmio energetico, latita.

Nel frattempo i governi europei sono paralizzati: da un lato sono chiamati a scongiurare il pericolo che il caro petrolio dia il colpo di grazia alle loro boccheggianti economie, ma al tempo stesso per ragioni di bilancio non possono fare a meno degli extra ricavi che arrivano dalle tasse sul carburante e dai dividendi delle utilities (in molti casi ancora pubbliche). Così i francesi hanno iniziato a fare pressioni sulle compagnie petrolifere ottenendo sconti sul prezzo della benzina, i belgi pensano a mettere mano alle riserve, mentre nell’abortita Finanziaria dell’ex ministro Siniscalco c’erano 200 milioni di aiuti alle famiglie povere – contro la stangata della bolletta invernale – “grattandoli” dai cospicui dividendi che Eni ed Enel daranno nel 2006. Ma ecco l’opportunità. Le nostre due utilities stanno per girare al Tesoro assegni con molti zeri: l’Eni verserà poco meno di 1 miliardo, cui si aggiungono 360 milioni alla Cdp; l’Enel 800 milioni al Tesoro e 350 alla Cdp. Cifre enormi che, si è detto, servono a ridurre il deficit come vuole Bruxelles. Ma che, a ben pensarci, fornirebbero lo spazio di manovra per una vera nuova politica energetica. Come? Costituendo con il dividendo straordinario di Eni ed Enel un fondo per la riconversione energetica. Per la gestione del quale occorre dare una missione chiara e condivisa. Partendo dal presupposto che non esiste una risposta unica. Per esempio le fonti alternative che alleggeriscono il costo ambientale vanno incentivate, ma certo non possono sostituire in toto l’offerta degli idrocarburi. Al nucleare occorre tornare, sapendo che i tempi non sono brevi e che occorre prima di tutto trovare siti nei paesi dell’Est più vicini (come ha già cominciato a fare l’Enel). Oltretutto il clima nel Paese sarebbe adatto: se si teme la stangata energetica è più difficile opporsi alle centrali a carbone, agli impianti eolici e ai rigassificatori. Un governo reattivo e un’opposizione seria metterebbero a frutto gli umori dell’opinione pubblica, mettendo la questione al riparo dalla zuffa elettorale. Il mondo non aspetta i nostri piccoli psicodrammi. C’è necessità e spazio per un colpo di reni.

Pubblicato sul Messaggero del 26 settembre 2005

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