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Davos: il mondo di fronte alla crisi

Petrolio: consapevolezza del problema

Dal Social economic forum la necessità di una politica energetica internazionale

di Antonio Picasso - 30 gennaio 2006

L’incontro di Davos, che si è chiuso ieri, domenica 29 dicembre, non è stato inutile. Certo, alcuni dei temi in questione erano i soliti: l’Europa in crisi e l’emergere della Cina come quarta potenza economica mondiale. Tuttavia, oltre a questo, si è avuta una importante presa di coscienza. Vale a dire il fatto che il mondo sta vivendo una preoccupante crisi energetica, alla quale bisogna, in qualche modo, fare fronte. E urgentemente.
La situazione critica dell’Iran, la guerriglia irachena, l’inaccettabile ricatto di una Russia autocratica, che mette in discussione i rapporti di amicizia e fiducia che l’Occidente le ha incautamente permesso e che mostra i muscoli anche con la Cina, e l’insediamento in America Latina di governi anti-Usa, da ultimo quello boliviano di Evo Morales. Su questi quattro fattori congiunturali degli ultimi mesi si è appoggiata la preoccupazione dei partecipanti al forum di Davos. Vanno aggiunti, però, altri elementi strutturali, che rendono la situazione ancora più critica e che impongono un intervento capillare, chirurgico e sistemico. La domanda di risorse energetiche – soprattutto petrolio – non accenna minimamente ad assestarsi. Anzi. I Paesi industrializzati, sebbene non si possa negare loro le buone intenzioni e gli sforzi di trovare strade alternative, continuano a consumare oro nero senza sosta. A questi, si aggiungono le grandi potenze emergenti. Nel 2005, per la prima volta nella storia, l’Asia ha consumato più energia del Nord America e dell’Europa. Cina e India stanno costruendo un apparato industriale i cui consumi energetici, nel futuro prossimo, potranno non avere paragoni al mondo. E non può essere snobbata la recente visita del re saudita, Abdullah, in Oriente. Perché si tratta di un’evidente intenzione di ridefinire i rapporti tra fornitore e cliente.
Nel frattempo però, l’offerta di greggio si riduce. Oltre che per motivi politici e legati ai continui terremoti diplomatici e militari che vive il Medio Oriente, anche per un’effettiva riduzione delle disponibilità estrattive. È stato calcolato, infatti, che il mondo ha riserve petrolifere facilmente sfruttabili per soli 40 anni. Questo rischia di provocare un balzo ben oltre i 67 dollari al barile dell’oro nero, con il pericolo che si arrivi anche a cento.
Legittimo, a questo punto, domandarsi cosa sia stato deciso a Davos. Nulla. Sostanzialmente non si è stabilito nulla. Se non altro, però, si è preso atto del problema. Ed è già qualcosa. L’autocoscienza – per dirla in termini idealistici – è il primo passo per il raggiungimento dell’atto.
Nel suo piccolo, inoltre, il ministro italiano dell’Economia, Giulio Tremonti, ha presentato delle proposte. Da realizzarsi unicamente nel contesto europeo, che hanno suscitato aspre polemiche, ma comunque si è fatto sentire. L’idea tremontiana è quella di emettere obbligazioni comunitarie per il finanziamento di progetti per lo spazio, la difesa e l’innovazione, come indicato nell’agenda Lisbona. Quello di assegnare a Bruxelles un potere tributario appare originale e in parte trova spazio in parte nella personale riflessione del ministro sulla finanza creativa. Tuttavia, non è da snobbare. E per due motivi. Primo perché si tratta della sola indicazione concreta che un ministro comunitario abbia avanzato. Secondo, perché – e in questo caso la chiave di lettura diventa meramente legata alle questioni interne nazionali – il passo può apparire come una velata conferma a quelle timide voci che danno Tremonti come candidato in pectore alla Farnesina, in caso di vittoria del centro-destra. Insomma, altro non sarebbe che il biglietto da visita, presentato in un consesso internazionale, da parte di un nostro eventuale capo della diplomazia.
Ciononostante, tornando alla situazione internazionale, bisogna sottolineare l’effettiva mancanza di una politica energetica alternativa da parte di tutta la comunità. Carbone pulito, gas naturali, ma soprattutto nucleare, queste sono le strade poco battute che il mondo industrializzato dovrebbe cominciare a intraprendere. Alcuni Paesi, soprattutto in Occidente, stanno cercando di farlo. La Cina, a sua volta, ha già manifestato l’intenzione di attivare una dozzina di nuovi reattori. Mentre l’India ha in cantiere una capacità nucleare di 40 mila megawatt entro sette anni. Ma tutto questo non basta.
È necessario un intervento di tipo politico e su scala internazionale, da parte dei singoli governi e super partes dalle autorità che fanno capo all’Onu. La creazione di un’agenzia, sul modello dell’Aiea, per la definizione di un sistema economico mondiale non più “oro-nero-centrico” potrebbe segnare la svolta.

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