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La crisi ha evidenti ragioni strutturali

Petrolio: 60 dollari al barile

Il prezzo del greggio sale ancora. Occorre sviluppare subito fonti alternative

di Enrico Cisnetto - 27 giugno 2005

Chissà perché il petrolio a 60 dollari al barile stupisce, e tutti, specie in Italia, si mettono le mani nei capelli. In realtà era ampiamente previsto, e si sbagliava di grosso chi ancora tre mesi fa, con il prezzo del barile già a 56 dollari, minimizzava parlando di cause congiunturali. Sia chiaro: attivismo degli speculatori, bizze del meteo, instabilità geo-politiche, e tante altre giustificazioni che ad ogni strappo del greggio ci sono state proposte, hanno una loro ragion d’essere. Ma spiegano solo una piccola parte della realtà. Per cui è bene liberare il campo da ingannevoli equivoci, senza dare troppo peso alle questioni specifiche, che servono solo ai Ponzio Pilato di turno per evitare di affrontare i nodi di fondo della questione energetica, mondiale e italiana. E allora bisogna dire che la crescita costante dell’oro nero è strutturale e che le quotazioni sono destinate a rimanere alte per lungo tempo. La ragione è semplice: il prezzo sale per lo sbilancio tra una domanda in forte crescita e un’offerta sostanzialmente “contingentata”. Da una parte si ha a che fare con una vera e propria voracità dei consumi mondiali, in particolare nei paesi emergenti, Cina e India in testa. È soprattutto la crescita economica del drago asiatico a pompare sulla domanda: dall’inizio dell’anno, Pechino ha incrementato del 35% le sue importazioni di greggio, mentre gli Stati Uniti, che sono il primo consumatore al mondo, appena del 20%. Dall’altra, a questa domanda corrisponde un’offerta strutturalmente ai limiti. Le scorte diminuiscono costantemente e i paesi produttori non riescono a tenere il passo, perché – vuoi per ragioni politico-militari, vuoi per difficoltà economiche, o semplicemente per miopia – da anni non investono in tecnologia estrattiva e nuovi impianti. Tuttavia, anche se i produttori si impegnassero a migliorare la loro capacità produttiva, gli effetti sarebbero riscontrabili nel medio-lungo periodo. Insomma, per i paesi consumatori l’orizzonte è nero come il petrolio. Anche senza lasciarsi suggestionare dalle analisi più allarmistiche, che vedono imminente lo sfondamento di quota 80 dollari al barile, il delta 45-65 dollari è assolutamente attendibile nei prossimi anni, con un prezzo medio che nel 2005 difficilmente potrà scendere sotto i 50.

Due, a questo punto, sono le considerazioni da fare. La prima è che ormai è lontano anni luce il 1999, quando l’Economist azzardava un crollo del prezzo a 10 dollari al barile, nell’arco dei successivi cinque anni. Non siamo più nella fase in cui i paesi occidentali, inebriati dalla ricchezza del boom di Wall Street, possono snobbare il “ricatto” dell’Opec. Se non si dà il via a una politica di concertazione tra grandi aree del mondo, magari cooptando l’Opec nel G8, non si va da nessuna parte. La seconda considerazione ha carattere nazionale. L’Italia, con uno striminzito 15% di consumo energetico alternativo agli idrocarburi, è il paese che più soffre di questa situazione. Ora, visto quanto incide la bolletta energetica – il 25% sul totale dei fattori della competitività – dobbiamo subito cambiare, adottando una politica fatta di diversificazione delle fonti, conversione a carbone delle vecchie centrali, sviluppo del nucleare. Accampare scuse non serve a nulla. Il motore della nostra economia rischia di restare a secco.

Pubblicato sulla Sicilia del 26 giugno 2005

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