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Perché, nonostante tutto, ho deciso di sostenere Hollande

di Davide Giacalone - 22 aprile 2012

Adusi alla grandeur dovranno acconciarsi alla petitesse. Questa la sorte che tocca ai francesi, nello scegliere il loro prossimo presidente. Quel mondo politico non ha prodotto nulla di significativo, mentre la gran parte delle discussioni sono incentrate su roba secondaria, dominata dai riti vernacolari. Se può servire da consolazione (per loro): noi non siamo messi meglio. Cinque anni dopo le presidenziali del 2007 tornano a sfidarsi le stesse famiglie, salvo il fatto che ne è cambiata la composizione. E non sembri strano che con tanti problemi seri da discutere io parta dalla vita privata dei candidati, perché credo sia il riflesso dello stato in cui si trova la cultura europea. Un po’ rincitrullita. Capisco, ma non condivido l’ossessione statunitense per la vita sessuale di quelli che aspirano ad abitare la Casa Bianca. La capisco, perché dovendone scegliere uno meglio prenderlo capace di tenere sotto controllo le braghe. Non la condivido, perché intrisa d’ipocrisia. Anche loro hanno avuto i loro bravi crapuloni, né suppongo sia più confortante un capo che si trascina dietro un coniuge dominante e una suocera di complemento. Ma capisco, appunto. La Francia si pone agli antipodi, facendo da riassunto di una cultura europea che vorrebbe mostrarsi adulta, ma finisce con l’essere patetica. Nicolas Sarkozy si candidò avendo al fianco la moglie, Cécilia. Per la verità appena tornata in quel posto, visto che era già andata a far vacanza con un amico e, del resto, entrambe già al secondo matrimonio. Sembrò un presidente riconciliatore, anche in questioni private, e con quest’immagine si recò a giurare, accompagnato dalla famiglia allargata. Dopo qualche settimana si restrinse, perché la signora s’era già stufata. L’attivo presidente pose rimedio, sposandosi in terze nozze con una signora già madre. Nel 2007 lo sfidava Ségolène Royal, madre di quattro figli, il cui padre è l’attuale avversario, François Hollande, allora segretario del partito che candidava la moglie (si erano sposati in Polinesia, benché si mostrassero “compagni”, che era ed è assai più à la page). Dopo le elezioni legislative i due annunciarono che la compagneria si scioglieva, ed oggi il bigio Hollande fa campagna con al fianco Valérie, già con due divorzi e tre figli all’attivo. Ma sì, va bene. Siamo gente di mondo e non c’è niente di male. Però, quando leggo che alle chiamate di Valérie il cellulare del probabile futuro presidente s’illumina d’un tenero “mon amuor”, mi vien fatto di pensare che siamo diventati un continente di nonni adolescenti, laddove il mondo anglosassone cerca di avere leaders che siano giovani e si mostrino maturi. Nulla di male se, anche in età avanzata, si continuano a lanciare bacetti, disegnare cuoricini e vivere avventure. Salvo il fatto che si sembra un po’ cretini. I letti movimentati sono sempre esistiti, ma quando la grandeur non era petitesse un soggetto imperiale, come François Mitterrand, non confondeva l’alcova con uno studio televisivo. A questo aggiungete che il più serio candidato socialista, Dominique Strauss Kahn, è stato travolto, per complotto o no, da un’evidente maniacalità compulsiva a sfondo puttanesco. Saremo adulti, quindi, ma invecchiamo maluccio. Veniamo alle cose serie, premettendo che i candidati sono molti (la terza in graduatoria è la figlia di un ex candidato, Le Pen, e anche questo non depone nel senso della buona salute politica) e che, quindi, l’idea che la Francia sia un sistema bipolare alberga solo nella testa di quanti parlano senza sapere quel che dicono. Nel 2007, al primo turno, Sarkozy prese il 31,1% dei voti. Se avessimo un sistema elettorale e istituzionale come il loro anche noi avremmo una guida stabile. Qui ci si occupa solo dei due più forti, tanto sarà uno di loro ad entrare all’Eliseo. Già che ci sono premetto anche la mia preferenza: Hollande. Poi mi spiego. Il presidente uscente è malconcio, anche perché non porta bene far vedere ai francesi che ci si è messi al guinzaglio dei tedeschi. Ha cercato di recuperare deliziando i suoi compatrioti con una pirotecnica chiusura di campagna elettorale, nel corso della quale ha sfoggiato la sua mimica imbattibile, capace di far sembrare inespressivo un gigante come Jacques Tati. Quel misto di sogghigno e alterigia, di tic e di sbuffo che, per intendersi, mise in scena per dileggiare il governo italiano. Cosa che noi gli perdonammo, contando che non lo avrebbero fatto i francesi. Ebbene, per accattivarseli è riuscito a promettere la revisione degli accordi di Schengen (libera circolazione delle persone), sulla qual cosa Angela Merkel gli ha anche dato ragione (contribuendo ad affossarlo sempre di più). Come dire: l’immigrazione clandestina non deve essere un problema nostro, se la vedano gli italiani e gli spagnoli. Posto che gli spagnoli sparano alla frontiera, mi punge vaghezza che quella proposta sia contro di noi. Non volendo essere frainteso, Sarkozy ha anche aggiunto che quanti frequentano le scuole in Francia devono tutti mangiare le stesse cose, salami e prosciutti compresi. Roba da far impallidire il maiale-day leghista, ma mi è sfuggita l’indignata reazione dei benpensanti nostrani. Hollande ha un procedere decisamente più pacioso. Se l’amplificazione non la mettono a palla non si sente quel dice, e se si sente non si capisce cosa voglia dire. Come anche Sarkozy è un propugnatore della tassa sulle transazioni finanziarie, il che tradisce il sogno reazionario di tornare ad un mondo non globale, possibilmente anche coloniale. Pensa che si possa lavorare meno e andare in pensione prima, sperando di far credere che ciò non sia il preludio al generale impoverimento grazie al fatto che saranno tassati i ricchi. Peccato che i ricchi, quando sono ricchi, se ne vanno. E’ un socialista latino, con le idee confuse, uno che crede che se c’è l’accordo politico e la volontà dello Stato anche i pani e i pesci possano moltiplicarsi, laddove, com’è noto, il fenomeno fu unico, oltre che a cura dell’intrapresa privata. Leggere il programma di Hollande comporta un certo impegno, perché arrivi in fondo e credi d’esserti distratto, ricominci da capo e stabilisci che, in effetti, sono parole che propiziano parole. Si può anche cambiarne l’ordine, tanto non cambia nulla. Lo voto, però. Perché questo socialista, che avrebbe fatto inorridire Pierre Mendès France, ha detto tre cose giuste, opposte al suo competitore: a. no al trattato fiscal compact; b. no al pareggio di bilancio costituzionalizzato; c. sì agli eurobond. Se arriverà all’Eliseo dovrà ammorbidire tali propositi, ma, almeno, sarà partito dal punto giusto: basta con l’Europa bundesbanchizzata. Da europeo ed europeista tifo perché qualcuno affondi la dissennata politica fin qui seguita. Mi dispiace che non abbia avuto tale lucidità e coraggio il governo italiano e spero che i francesi sappiano rimediare, beccandosi Hollande. Chiediamo loro un sacrificio grosso, ma a buon rendere.

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