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È in arrivo la “Teletango bond” argentina?

Perseverare diabolicum

Telecom Argentina e le minacce di esproprio: in caso paradossale

di Angelo De Mattia - 29 gennaio 2010

Sta per iniziare, in Argentina, una nuova (non affatto piacevole ) telenovela, quella che si potrebbe denominare “ Teletango bond”? Gli scopi dell’iniziativa del governo argentino e, in particolare, della presidente Cristina Kirchner, avviata alcuni mesi fa consistevano in una asserita determinazione a riconquistare la fiducia nei mercati internazionali dopo la prima parte della vicenda dei Tango bond che aveva lasciato moltissimi risparmiatori – soprattutto quelli che non avevano aderito al noto accordo per il molto parziale rimborso delle obbligazioni - a dir poco con l’amaro in bocca . Alla resa dei conti, finalità e premesse, purtroppo, confliggono , invece,duramente con le concrete realizzazioni.

Prima, è stata la volta dell’attacco alla Banca centrale, il cui governatore, Martin Redrado, si era opposto al trasferimento al governo di 6,5 miliardi di riserve in dollari (complessivamente pari a circa 50 miliardi ) che , secondo l’esecutivo, avrebbero dovuto essere destinate al raggiungimento di una intesa con i portatori dei bond che non avevano aderito al precedente accordo. La risposta della Kirchner è stata la destituzione di Redrado – sul conto del quale si era fatta diffondere la voce di avere mire politiche, alla base, dunque, del diniego opposto al governo - che, però, ha impugnato il provvedimento e, in sede giurisdizionale, ha ottenuto la reintegra , considerata l’illegittimità della decisione.

Si attende ora che si pronunci la Corte suprema, che il governo, sconfitto dai giudici di merito, ha interesse ad adire per giocare una ulteriore carta , dopo che anche il Congresso ha espresso un parere favorevole alla condotta di Redrado. Nel frattempo, come se si trattasse di agire nei confronti di un comune impiegato – ma anche in questo caso il comportamento sarebbe assolutamente censurabile – la Kirchner ha disposto che il governatore reintegrato non rientri nel suo ufficio e gli ha fatto trovare un cordone di poliziotti davanti alla sede della banca centrale per vietare l’ingresso.

Rappresentare al suo paese e, soprattutto,al mondo intero questo tipo di “politica”nei confronti della banca in questione - che definire muscolare è solo ricorrere a un iperbolico eufemismo – costituisce quanto di più lontano si possa fare per riguadagnare fiducia e credibilità sui mercati. Anzi, ci sarebbe da chiedersi cosa mai sarebbe stata fatta se non ci si fosse proposti questo recupero di credibilità.

Si può anche discutere sulla correttezza o no, alla luce dell’ordinamento argentino, del richiesto trasferimento delle riserve, anche se si dovrebbe avere presente che queste ultime sono, in qualsiasi Stato, a presidio della stabilità della moneta e sono garanzia dell’autonomia della banca centrale. D’altro canto, non è definibile “ a priori” se esse siano, in ipotesi, in eccesso, come qualche volta si pensa anche in Europa. Ma avere una concezione di tal fatta delle funzioni e del ruolo di una banca centrale, e del suo rapporto con il potere esecutivo, è indice della mancanza, nella visione del governo, dei principi della democrazia economica, anzi si potrebbe dire, della democrazia tout court.

Sono sacrosante le iniziative promosse da coordinamenti dei risparmiatori per giungere a un accordo equilibrato per il rimborso, in favore di coloro finora non aderenti alle note intese, delle obbligazioni argentine di cui essi sono tuttora portatori. Ma ciò deve avvenire con procedure corrette, senza strappi di sorta nelle relazioni istituzionali, soprattutto se si viene a involgere problemi di carattere internazionale.

Di recente, in alcune iniziative di risparmiatori è stato fatto presente che un certo ammontare di riserve argentine sarebbe stato depositato dal governo presso la Banca dei regolamenti internazionali (Bri), anche per fruire del particolare status che la riguarda. Non si hanno elementi sulla fondatezza di tali segnalazioni, in specie sulla proprietà delle riserve che sarebbero depositate e, quindi, non si è in grado di esprimere un’opinione sulla correttezza di un tale operato. Sarebbe bene che, comunque, sulla questione fosse fatta luce, pur nel rispetto dei vincoli ai quali sono soggette istituzioni autorevoli come la Bri.

Ma la storia non finisce qui. Perseverare diabolicum. L’atteggiamento erculeo si estende alle telecomunicazioni. Avviata dalle autorità argentine una procedura per indurre Telecom Italia a dismettere la partecipazione nella società che controlla Telecom Argentina in considerazione dell’asserita posizione dominante sul mercato di quel Paese, tenuto conto della presenza anche di Telefonica partecipante di Telco, azionista di maggioranza relativa della società italiana, difronte alla reazione di quest’ultima e del gruppo spagnolo che sono riusciti ad ottenere la sospensiva del provvedimento sanzionatorio da parte del Tribunale, il governo ha minacciato la nazionalizzazione di Telecom Argentina.

Siamo, dunque, all’espropriazione e alla statizzazione, dopo essere partiti – è paradossale - per risalire la china a livello internazionale? Il fatto è così grave che non varrebbe a ridimensionarlo neppure l’eventualità che si sia voluto così esercitare solo una pressione sulle società interessate, senza avere intenzione di arrivare alle estreme conseguenze. Si tratterebbe, comunque, di pressioni gravissime, attuate prospettando eventualità che sembravano bandite dai paesi democratici. E’ aperta una vicenda giudiziaria affidata alle Corti argentine: non si può che far compiere il previsto corso a tale procedimento, nell’ambito del quale le società interessate faranno certamente valere le loro buone ragioni.

La miscela dell’attacco alla banca centrale e della minaccia di esproprio dovrebbe suscitare la ferma reazione sia degli organismi internazionali di cui l’Argentina è parte sia del Governo italiano. Non è il caso di temporeggiare. Principiis obsta. Prima che sia troppo tardi. E’ nell’interesse della stessa Nazione argentina – nella quale è quasi iniziata la campagna elettorale per le elezioni del 2011 – che non merita affatto che si imbocchi la strada del sicuro regresso, con indubbie conseguenze sulla situazione economica complessiva.

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