ultimora
Public Policy
  • Home » 
  • Archivio » 
  • Pericolo uccelli: niente più Ponte?

La Commissione mette in mora l’Italia

Pericolo uccelli: niente più Ponte?

A rischio i finanziamenti Ue: la Valutazione di Impatto Ambientale non convince

di Alessandro D'Amato - 25 ottobre 2005

E così, la Commissione Europea mise in mora il Ponte sullo Stretto. Venerdì 21, ha scritto Giorgio Lonardi su Repubblica, Julio Garcia Burgues, responsabile infrazioni della Direzione generale ambiente della Ue, ha scritto al presidente del Wwf italano, Fulco Pratesi, informandolo di aver accolto un reclamo dello stesso. Si tratta dell'inizio di una procedura di infrazione in cui la Commissione ha contestato all'Italia di “non aver adottato misure idonee a prevenire il deterioramento degli habitat e le perturbazioni dannose agli uccelli”.

All’origine di tutto questo ci sarebbe una Valutazione di Impatto Ambientale inidonea o insufficiente. La commissione ha preferito non sbilanciarsi sull'eventualità che la Commissione possa arrivare a bloccare i finanziamenti comunitari per il Ponte di Messina. “Il governo adesso ha due mesi per rispondere e fornire le informazioni richieste, poi vedremo”, ha dichiarato il portavoce della Commissione sul possibile blocco dei fondi.

“La procedura di infrazione è stata annunciata ma non è ancora arrivata. Se arriverà leggeremo le motivazioni e risponderemo. La decisione politica del governo comunque rimane quella di realizzare il ponte sullo Stretto di Messina”, ha detto invece il ministro dell'Ambiente, Altero Matteoli, al cui dicastero compete la Valutazione, mentre la Stretto di Messina ha dichiarato che “fornirà alle competenti autorità tutte le informazioni occorrenti al riguardo, nello spirito di massima disponibilità e collaborazione”. Pietro Ciucci ha anche ricordato che le stesse ipotizzate violazioni della normativa comunitaria in “sono state recentemente ritenute insussistenti dal Tar Lazio ed in appello dal Consiglio di Stato”. Naturalmente l' apertura di una procedura di infrazione non significa l' accertamento di una violazione e pertanto non può essere interpretata come sentenza o addirittura come una bocciatura del progetto”.

Intanto, anche la Astaldi, dopo la sconfitta nell’asta, ha dichiarato che ricorrerà in appello. Denunciando l’anomalia di un ribasso d’asta del 12,33 per cento praticato da Impregilo che tradotto in cifre vuol dire 500 milioni di euro e cioè 1000 miliardi di vecchie lire: una enormità su una base d’asta di circa 4 miliardi di euro. D’altronde, la prima verifica l’ha fatta il mercato, dal momento che Impregilo ha perduto in borsa il 5,2% il giorno del responso dell’asta e “alcuni investitori esteri - ha fatto sapere l’Agenzia Radiocor - stanno vendendo le azioni a piene mani, perché temono che Impregilo non riesca a finanziare l’operazione di realizzazione del ponte con un margine di guadagno adeguato”. Così si spiegherebbe la defezione dall’asta di alcuni grandi gruppi esteri, che di fronte ad un’opera di tali dimensioni che costituisce anche una sfida tecnologica, hanno scelto di non partecipare.

Purtroppo il rischio (soltanto teorico, per fortuna) di un blocco del progetto non è senza costi per il governo e quindi per la collettività: le clausole contrattuali prevedono il pagamento di penali della stessa entità dell’appalto se si dovesse decidere di non costruire il ponte. Una stranezza che un governo si impegni ad automultarsi, ma sono cose che capitano in un’Italia dove quello che sembra necessario ad una parte politica può diventare inutile per l’altra. Comunque, viste anche i generali vantaggi per il Sud che comporterà un’opera del genere, è auspicabile che si trovi una soluzione e si esca da questa fase di stallo. E soprattutto che non si ripercorra la strada delle “modifiche progettuali in corso d’opera, varianti, perizie modificative e suppletive”. Così come è avvenuto per l’Alta Velocità ferroviaria che, partita con un costo previsto di 10mila miliardi di lire, è arrivata al costo degli attuali 50 miliardi di euro e cioè 100 mila miliardi di vecchie lire. Il progetto è stato approvato, i vantaggi per l’economia si conoscono. Fermare tutto quanto costerebbe?

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario