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La percezione della crisi

Pericolo rimosso

E' mera affabulazione dire che nel 2013 inizierà la ripresa e che i problemi sono risolti. L'Italia vive come se la ripresa fosse a portata di mano, ma non è così. E il moralismo non può sostituire la produttività

di Davide Giacalone - 03 ottobre 2012

Il pericolo più grosso, oggi, è la non percezione del pericolo. Sembra quasi che la recessione sia alle spalle e i rischi legati all’euro in qualche modo passati. Invece l’anno che arriva sarà ancora di recessione, talché risulta essere mera affabulazione dire che nel 2013 inizierà la ripresa, visto che si prevede già di chiuderlo in negativo.
Precipitare più lentamente non equivale a risalire. In quanto all’euro restano irrisolti tutti i problemi, mentre l’assai parziale raffreddamento degli spread è effetto dell’azione avviata dalla Banca centrale europea. Insomma: l’infezione continua a essere in corso, mentre gli sfebbranti hanno solo risotto la temperatura.

Alla fine di questa settima è assai probabile che la Spagna sia costretta a chiedere gli aiuti europei, per non esporre a rischi devastanti le proprie banche. Ciò comporterà due cose: a. il ridursi consistente dei fondi disponibili; b. la conoscenza di quali saranno le condizioni poi applicabili anche ad altri paesi. Da quel momento in poi l’Italia è il primo paziente in attesa di chiamata. I prossimi siamo noi.

Qual è il tempo nel quale è prevedibile che le cose possano prendere una piega diversa? Difficile supporre che ciò avvenga prima delle elezioni tedesche, che sono in programma neanche per la prossima primavera (come anche io ho erroneamente scritto), ma per l’autunno 2013. Troppo lontano.

Resistere fino a quel momento, senza che un argine protegga le nostre coste produttive dai marosi della speculazione significa rassegnarsi a vederle progressivamente mangiate dal mare. Eppure, dalle nostre parti si vive come se la nottata fosse al termine, come se la ripresa fosse a portata di mano. Invece si tratterà di un processo troppo lungo. Che è escluso si possa affrontare in queste condizioni.

La pochezza del dibattito politico interno spinge ciascuno a pronunciarsi pro o contro un nuovo governo Monti. Ma ne discutiamo come se fosse una faccenda estetica: non c’è dubbio che il professore è meglio dello spettacolo desolante, continuamente offerto da forze politiche che, a destra come a sinistra, neanche controllano più i propri gruppi regionali, oramai preda di demenza famelica. Il guaio è che non serve a un bel niente stabilire che il governo non eletto è migliore dell’accozzaglia politicante, perché i fatti ci dicono una cosa triste: le politiche di questo governo non sono coronate da successo. Volerle replicare, di suo, non è una scelta saggia.

L’asino produttivo è stato sbattuto a dovere e sanguina, sicché continuare a usare il bastone fiscale può servire solo a farlo stramazzare. In compenso alla mangiatoria sono ammessi solo quelli che non s’affaticano a produrre e campano a ridosso della spesa pubblica. Sul fronte delle liberalizzazioni non si muove nulla. Su quello della deburocratizzazione, nemmeno. Le dismissioni di patrimonio per abbattere il debito si trovano solo nei titoli dei giornali, dove ciascuno dice la cifra che ha in mente, senza che nulla di concreto accada. Sul fronte dei tagli si procede con il temperino, ove si dovrebbe, invece, disboscare brutalmente. Siamo giunti all’inverosimile: il capo di Confindustria che reclama la fine degli incentivi e degli aiuti, pur di avere meno pressione fiscale e contributiva, e il governo che esita, dopo avere arruolato un professore apposta per farsi dire quali incentivi tagliare.
Perché non procede? Perché quei finanziamenti sono per la gran parte diretti a imprese di Stato. Tagliarli significherebbe mettere sul mercato roba come Poste o Ferrovie. Invece le si tiene in mano pubblica, salvo il fatto che la socialità non porta binari al sud, dove non ci sono o risalgono all’Italia di Giolitti (e Mussolini).

In compenso ci distraiamo seguendo le cronache buzzurre di quattro miracolati che il bipolarismo forsennato ha eletto a legislatori e amministratori. Gente rispetto alla quale vien voglia di gridare:
garantisti sempre, fessi mai. Chi finisce in un’inchiesta penale ha diritto a tutte le garanzie, che esistono anche a nostra tutela. Ma, per la decenza collettiva, si tolgano di torno. Ci siamo ridotti a parlare di questo, anche noi prendendo virtualmente parte, con orrore, a quelle festicciuole in sandaloni, in ambiente cesaro-bordellico. Così, parlando delle miserie nostre, togliendo dalle prime pagine la crisi, supponendo che il moralismo possa sostituire la competitività, finiamo con l’avere minore percezione del pericolo. Condizione che, com’è noto, espone al più grande dei pericoli.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario