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L’ennesima proposta leghista lascia perplessi

Perché i dialetti non sono una priorità

È fondamentale che i giovani imparino l’inglese e perfezionino l’italiano

di Marco Scotti - 23 novembre 2009

“Scussate, faciteme ‘nu caffè” “Sciur, el custa 5 euro”. No, non si tratta di un inedito di Totò o di Massimo Troisi. Potrebbe essere un dialogo a 10.000 metri d’altezza tra un passeggero e una hostess in un futuro prossimo. Già, perché se le nuove “idee” dovessero prendere piede, sui voli nazionali Easyjet, compagnia low cost che sorvola in lungo e in largo i cieli della penisola e che è al terzo posto per quota di mercato in Italia, gli annunci potrebbero essere realizzati in dialetto. La trovata avrebbe lo scopo di “far sentire i passeggeri a casa”. È uno scherzo? Niente affatto. Da qualche tempo, infatti, le cronache parlano nuovamente dei dialetti: per la Lega sono un segno indelebile delle radici di ciascuno, e, di conseguenza, devono essere non solo tutelati ma anche insegnati e resi parte integrante della vita di ogni giorno. Se non fosse un argomento tremendamente serio, sarebbe il caso di chiudere la questione con una sonora risata. E invece, il dialetto, e la sua imposizione da parte della Lega, deve farci riflettere. Prima di tutto perché in un momento di profondo e radicale cambiamento dei paradigmi come quello attuale, ridurre le proprie istanze alla salvaguardia del dialetto appare come una tanto vera e propria forma di chiusura mentale. Come se, di fronte a un’inondazione, qualcuno si preoccupasse di portare in salvo, invece che i figli, le ciabatte o un mestolo di legno. Non me ne vogliano gli elettori leghisti, ma in un mondo sempre più globalizzato, che ha fatto in modo che cinque lingue – inglese, spagnolo, arabo, cinese e hindi – fossero condivise da quasi quattro miliardi di persone, portare avanti la questione dei dialetti è anacronistico, miope e, in ultima analisi, decisamente pericoloso. Perché fa credere che ci sia una via di fuga dalla globalizzazione, generando illusioni destinate a diventare brucianti disillusioni. La lingua italiana, pur essendo capace di straordinarie bellezze che forse nessun altro linguaggio possiede, è un idioma di nicchia che permette a chi lo parla di recarsi, tutt’al più, in qualche cantone svizzero. Pensare di reintrodurre i dialetti nelle scuole significa parcellizzare ulteriormente il bagaglio linguistico di ogni studente, con la conseguenza di posticipare ancora una volta l’insegnamento di lingue più internazionali, come ad esempio l’inglese, che permettano ai giovani di muoversi agevolmente in giro per il mondo. Oggi, in qualsiasi aeroporto internazionale, è imbarazzante la facilità con cui si può riconoscere un turista italiano: basta che apra bocca e provi a mettere insieme qualche parola in inglese. Nella quasi totalità dei casi si tratterà di un’accozzaglia di “second me” (secondo me), gesti inconsulti e imbarazzate risatine. Perché, diciamolo senza remore, l’italiano medio l’inglese non lo sa per niente. Senza contare che, allo stato attuale, è in atto un imbarbarimento dell’italiano che sta depauperando un autentico patrimonio che, non dimentichiamolo, perdura nella sua attuale struttura, nonostante qualche ovvia modifica, dal 960 – ricordate? “Sao ko kelle terre per kelli fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti”. Quindi, prima di parlare di dialetti, prezioso patrimonio che sicuramente non va accantonato del tutto, sarebbe meglio cercare di muoversi su altri due fronti: da un lato, è necessario tutelare la lingua italiana dalle brutture che quotidianamente la deturpano (“un’altro”, “bagagliaio culturale”, “mi duole il linguine” e via dicendo), dall’altro bisogna internazionalizzare il nostro sistema scolastico, introducendo, fin dalla scuola primaria, l’insegnamento – almeno – dell’inglese, autentico grimaldello per poter essere una figura spendibile in un mercato del lavoro che è, come minimo, europeo. In questi giorni poi, la discussione intorno al dialetto è tornata alla ribalta in due occasioni: la prima riguarda una proposta – ovviamente di marca leghista – che vorrebbe che la messa venisse celebrata in idioma locale (e il latino tanto caro a Papa Benedetto XVI?); la seconda, invece, è già un dato di fatto: al Festival di Sanremo sarà possibile portare canzoni in dialetto, dopo l’abrogazione dell’articolo 6 del regolamento della rassegna canora che imponeva ai partecipanti di esibirsi unicamente in italiano. Mi sento di sposare in pieno l’obiezione di Gino Paoli a riguardo: “Sono stupito. Già viene massacrata la lingua italiana…”. Già altre volte, dalle pagine di questa testata, si è cercato di mettere in guardia dal pericolo della localizzazione e della parcellizzazione dell’economia italiana, in un mondo che invece mira all’aggregazione e al confronto su scala planetaria. Anche la lingua, da sempre driver fondamentale per poter interloquire con chiunque, non può essere atomizzata. È necessario che almeno una delle famose tre “i” del Berlusconi II (le altre due, internet e impresa, sono ormai una chimera) diventi una realtà, e che i giovani italiani possano esibire, finalmente, un inglese che sia almeno alla pari di quello dei ragazzi del nord Europa, che sono quasi bilingui. Altrimenti, oltre a non avere presente, il sistema Italia non avrà neanche futuro.

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