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Olmert guida una coalizione molto eterogenea

Perché Gerusalemme diventi Belfast

I governi israeliano e palestinese, freschi di nomina, hanno solo la carta del dialogo

di Antonio Picasso - 29 marzo 2006

Vittoria al fotofinish o vittoria di Pirro? Una volta confermato alla guida del prossimo governo d’Israele, Ehud Olmert dovrà chiedere ad Angela Merkel come si guida un esecutivo quando le urne lo confermano sì vincitore, ma solo di misura. La cancelliera tedesca, allora, potrebbe suggerire al collega israeliano i primi passi da compiere per una grosse Koalition ancora più eterogenea di quella tedesca. Perché, se prima delle elezioni si poteva immaginare un esecutivo appoggiato solo da Kadima (la nuova creatura di Ariel Sharon, che ha ottenuto 28 seggi), i laburisti (20) e da un solo partito religioso ultraortodosso – preferibilmente “Giudaismo unito della Torah” (6 seggi), più accomodante di altri – ora Olmert dovrà prendere in considerazione uno schieramento più ampio e quindi più difficile da gestire. Presumibilmente, dovrà contrattare l’appoggio con il Meretz (4) sull’ala sinistra e lo Shas (13) sulla destra, ma soprattutto con il sorprendente Partito dei Pensionati che, con i suoi 8 seggi, ha sottratto voti proprio a Kadima e ai laburisti.
Tuttavia, sebbene riconosciuta come l’avamposto democratico in Medio Oriente, Gerusalemme non è Berlino. E, oltre agli impegni che un qualsiasi governo si assume nei confronti del proprio elettorato, nella regione è in gioco buona parte della pace del mondo. Quindi è necessario che le decisioni siano prese con una maggioranza ancora più forte di quella che in Europa viene comunemente classificata come “trasversale”. La sicurezza nazionale sta a cuore all’elettorato e al governo. E, per il suo pieno raggiungimento, occorrono stabilità e continuità politica interna a Israele, ma anche disponibilità al dialogo con i palestinesi. E la domanda che in questi giorni si pongono tutti è: Olmert sarà capace di raccogliere l’eredità di Sharon e di proseguire oltre l’unilateralismo che qeust’ultimo aveva adottato?
Il conflitto arabo-israeliano – il più lungo scontro armato dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi – ha vissuto momenti importanti negli ultimi sei anni. Di violenza, vedi la seconda Intifada, ma anche di assestamento e di progresso verso la pace. Merito di un uomo, Sharon appunto, ormai ridotto alla stato larvale in un letto di ospedale a Gerusalemme. E anche la vittoria di Kadima è da attribuire a questo “vecchio leone”. Tuttavia, la strada che Olmert si accinge a percorrere è ancora più lunga e difficile di quella già battuta.
Perché una cosa è chiara: entrambe le parti, Israele e Palestina, vogliono la pace. Al tempo stesso però, rifiutano di scendere a compromessi con la parte avversa. Entrambi i governi traggono origine dalle frange più intransigenti: la destra storica israeliana – radicata nel Grande Israele e capace, con le sue colonie, di strappare terra al deserto – e il gruppo terroristico palestinese di Hamas – ostinato nel lottare perché quello stesso deserto torni ai suoi “legittimi proprietari”. E se l’obiettivo di pace è comune ai due schieramenti, altrettanto è sostenuto dalla comunità internazionale. Il cosiddetto “quartetto” (Onu, Russia, Stati Uniti e Unione europea) è pronto alla mediazione. I grandi della terra vogliono chiudere il capitolo della guerra in Medio Oriente. A questo punto – ed è un problema non da poco – bisogna decidere come.
La politica di sgombero dei coloni e di circoscrizione dei palestinesi entro la Road Map, voluta da Sharon e proseguita con Olmert, è frutto di decisioni unilaterali. Ha portato sì a importanti risultati, ma non ha ancora risolto il problema. Perché i coloni sono stati parzialmente evacuati, mentre i palestinesi si sono sentiti ghettizzati all’interno di un perimetro murato. Hamas, a sua volta, ha espressamente detto che la pace è possibile solo se Israele smetterà di combattere e se tornerà entro i confini precedenti la guerra dei Sei giorni del 1967. Ovvio e scontato il rifiuto di Gerusalemme. Una cosa è sicura, allora, che l’intransigenza è bilaterale.
D’altra parte, è proprio su questa rigidità che il quartetto può intervenire e far pesare la sua influenza su entrambi i contendenti. La netta separazione dei due territori e delle relative comunità è ormai praticamente irrealizzabile. Palestinesi e israeliani “convivono”, e non solo a Gerusalemme. E Sharon sapeva bene che la costruzione del muro era volto sì a cercare di contenere il transito di informazioni, armi e uomini dei movimenti terroristici, ma avrebbe anche provocato le reazioni di rifiuto e protesta di un intero popolo. In passato, si pensò anche di internazionalizzare Gerusalemme. Un po’ come accadde per Danzica tra la Prima e la Seconda guerra mondiale. Tuttavia, in parte sull’esempio negativo di quest’ultima, in parte per la concreta impossibilità di portare a termine un progetto tanto ambizioso, non se ne fece nulla.
Resta una possibilità, allora. Ed è quella investire nella lungimiranza dei governi attuali. “Sono pronto a rinunciare al sogno di un Grande Israele”. Ha dichiarato Olmert fresco di vittoria alle urne. “Ma il neo-eletto governo palestinese deve rinunciare al sogno di distruggerci”. Ismail Haniyeh, a sua volta nuovo capo del governo Hamas, ha rinnovato il suo appello al dialogo con la comunità internazionale e ha chiesto la mediazione del quartetto. Segnali, questi, di disponibilità di compromesso?
Non sarebbe la prima volta che un partito di lotta armata si trasforma in forza di governo e di pace. Arafat provò a percorrere questo cammino, ma senza successo. Lo Sinn Fein nordirlandese, invece, depose le armi e si sedette al tavolo delle trattative con quel governo britannico contro il quale, per tanti decenni, aveva combattuto. A sua volta, Londra si dimostrò disposta ad amnistiare gli attentati dell’Ira. Ed è così che oggi Belfast sta vivendo i suoi primi anni di pace. Gerusalemme, sia quella israeliana che quella palestinese, avrebbe tanto da imparare dall’esempio irlandese.

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