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Capitalismo italiano fra cacciatori e prede

Perchè imparare da Eni ed Enel

Non servono guerre ma la tutela di asset strategici. Nell’interesse esclusivo del paese

di Enrico Cisnetto - 05 aprile 2007

Uno tsunami ha investito le aziende italiane. Che, a seconda della prospettiva da cui si guarda, sembrano essere diventate cacciatrici provette nello shopping internazionale (Eni ed Enel), oppure prede come nel caso di Telecom e Alitalia. In realtà, la situazione è molto più equilibrata se, astraendosi dalla stretta attualità, si cerca di guardare con un occhio più attento. Nel 2006, secondo i dati raccolti dalla società di consulenza Kpmg Corporate Finance, il numero di operazioni delle aziende italiane all’estero ha superato quelle fatte dalle imprese straniere da noi: 94 a 72. Ma se invece si guarda al valore economico degli acquisti, ecco che il conto cambia e le parti si rovesciano: 23 miliardi di asset italiani sono finiti all’estero, mentre 17 sono arrivati in Italia. Situazione fluida, dunque.

E di certo c’è che gli affari vanno visti con la lente d’ingrandimento, per poter essere giudicati. Per esempio, per il duo Eni-Enel la “spartizione” delle spoglie di Yukos è indubbiamente molto vantaggiosa. Intanto perchè si è dimostrato davvero un duo, capace di “fare squadra”. E poi perchè l’intesa permette di raggiungere due obiettivi: l’aumento di circa un terzo delle riserve di gas e petrolio e l’entrata sul mercato russo, uno dei più strategici del settore. Ma soltanto entrando nei dettagli si può spiegare appieno la portata dell’affare: fatti un po’ di conti, al termine di un business assai complesso, le due società italiane si ritroveranno ad aver acquisito il 49% (ma con governance paritaria) di una rete di società che possiedono 5 miliardi di barili di “risorse” (petrolio, gas, combustibili), avendoli pagati ciascuno 0,40 dollari, cifra cui bisogna aggiungere gli investimenti da effettuare per l’estrazione e la gestione di quegli idrocarburi, che faranno salire il prezzo fino a 4 o 5 dollari al barile, quando sul mercato valgono oltre dieci volte tanto. Insomma un affare incontestabilmente vantaggioso.

La vittoria nella guerra per l’acquisizione di Endesa, poi – dopo il fallimento dell’operazione su Suez – farà sicuramente bene ad Enel, che con questa operazione ritorna sul podio dei colossi energetici Ue. I trenta miliardi di euro che dovrà tirar fuori per portarsi a casa il 75% sembrano un prezzo caro soltanto se non si considerano gli asset che verranno rivenduti a E.On, la grande sconfitta di questa battaglia, i quali dovrebbero rimpolpare il bilancio riducendo anche l’indebitamento. Certo, ai tedeschi andrà Endesa Italia, ovvero la migliore delle tre ex Genco (Elettrogen ) che erano state privatizzate qualche anno fa, ed è un peccato (ma che avrebbe detto l’autorità di controllo?). E, soprattutto, Fulvio Conti si troverà in casa un alleato “scomodo” come Acciona, visto che, secondo gli accordi presi, sia in Endesa che nella nuova holding gli spagnoli con il loro 25% avranno un numero di consiglieri pari a quello di Enel e potranno nominare il presidente. Per questo sarebbe meglio se, governo spagnolo permettendo, l’Enel facesse in futuro un ulteriore sforzo per portarsi a casa tutte le azioni del colosso iberico, aumentando le chance di integrazione e dunque di creazione di valore. Meglio comunque essere nella compagine dei “cacciatori” che in quella delle “prede”. Come lo sono Alitalia e Telecom. Che tali sono diventate per un impressionante di errori commessi dal sistema-paese.

Di Alitalia abbiamo scritto tante volte: colpevole ritardo nel vedere che in tutto il mondo le compagnie aeree si stavano profondamente ristrutturando (specie dopo il crollo del traffico del 2001), inaccettabile acquiescenza di fronte ad un sindacato che nel settore ha dato il peggio di sé. Per arrivare, tardi, ad una vendita fatta male, visto che all’asta molti non hanno partecipato o dall’asta sono scappati. C’è solo da sperare che ora sia vinta da chi abbia in testa un progetto industriale per assicurare all’Italia non tanto una compagnia di bandiera (concetto vecchio e superato) ma un sistema di traffico aereo efficiente, flessibile e aperto alle rotte turisticamente più interessanti. Sapendo, peraltro, che molto dipenderà dalle infrastrutture aeroportuali e dai servizi ad esse collegati (oggi da terzo mondo).

Per Telecom il discorso è assai più complicato. Gli errori risalgono alla privatizzazione fatta per “fare cassa” (dall’erronea decisione di cedere anche la rete e non solo la gestione alla formazione di quel “nocciolino molle” che non ha assicurato stabilità al gruppo), passano per l’opa del 1999 – che gli attuali fustigatori di Tronchetti allora salutarono come segno di modernità del nostro capitalismo, e che invece è all’origine del debito che tanti guai ha procurato – e finiscono con le vicende più recenti, che qualcuno ancora una volta ha tentato di regolare usando il maglio della magistratura.

In questi anni tanto il centro-destra quanto il centro-sinistra hanno avuto tutto il tempo per tentare di regolare una vicenda complessa, con l’uso sia della normativa sia del buonsenso. Per esempio, perchè non stabilire in modo chiaro ed esplicito che le telecomunicazioni sono un settore strategico per gli interessi nazionali? E perchè non dedurne che andava regolato l’afflusso di capitali esteri, come si è fatto nei liberali Stati Uniti, dove una legge federale stabilisce che nelle società di tlc i non americani possono possedere fino ad un massimo del 25%? Fatta al tempo della privatizzazione, o comunque non in prossimità di qualche operazione specifica, sarebbe apparsa una saggia decisione, fatta oggi apparirebbe inaccettabilmente punitiva. E poi, che senso ha dal punto di vista di chi dovrebbe avere a cuore l’interesse generale, tenere aperto un contenzioso con un imprenditore, per poi stupirsi se decide di difendere il suo interesse di azionista, peraltro dopo aver messo da tempo in vendita la sua quota?

In tutti i casi, pare di capire che Tronchetti abbia sì piantato due paletti – quello temporale, un mese, e quello del prezzo, minimo 2,92 euro per azione – ma non per questo sia chiuso ad eventuali altre offerte, specie se “italiane”. Ma tutto deve avvenire sul mercato, alla luce del sole, senza armi cariche (togliamogli la rete, usiamo la golden share) né tantomeno scambi incestuosi (ok a Mediaset in cambio della scomparsa della Gentiloni). Altrimenti, si apra con At&t e American Movil un dialogo costruttivo. Le guerre non servono a nessuno, e la ricomposizione dell’establishment economico-finanziario è un interesse primario del Paese.

Pubblicato su Il Gazzettino di giovedi 5 aprile

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