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Public Policy

Usare l’agenda 2007-2013 per rilanciare Lisbona

Per un'Europa "scozzese"

La fase di crisi dell’integrazione va superata con un accordo sul miglioramento della spesa

di Nicola Dell'Arciprete - 17 giugno 2005

Da sempre Europa e denaro si danno la mano: non solo perché l’Unione europea è figlia dell’integrazione economica del carbone e dell’acciaio, ma anche perché l’Europa costa. Quasi a esorcizzare il peso del denaro si parla di Europa politica contro Mercato Unico, di “potenza civile” contro potenza militare, di sussidi sociali contro liberalizzazione del mercato del lavoro. Per non sporcarsi le mani con gli euro nuovi di zecca si è perfino riusciti a immunizzare la Banca centrale europea da qualsiasi indirizzo politico.

Ma gli europei amano il denaro. Come dimostrano il dibattito scatenato sulla Costituzione europea in Francia ed Olanda e la riconferma di Tony Blair nonostante la questione irachena, un bel portafoglio pieno o un posto di lavoro sanno mobilitare più del miraggio di un Ministro degli esteri dell’Ue promesso dal testo costituzionale. Eppure – mentre si decide il budget europeo per il periodo 2007-2013 – la stampa europea sembra ignorare il denaro di Bruxelles, lasciando il monopolio del dibattito sulle prospettive finanziare dell’Ue alla diplomazia a porte chiuse dei veti incrociati tra opposti egoismi nazionali.

La guerra dei soldi deve aprire un dibattito sulle soluzioni possibili alla crisi del modello europeo. In un periodo nero per le economie dei paesi della vecchia Europa rinunciare a parlare di soldi significa evitare di dare le prime risposte ai problemi concreti che hanno contribuito a mobilitare milioni di europei nei referendum contro la Costituzione europea.

C’è stata un’Europa, dall’altra parte della Manica, che impose ai propri sovrani il principio del “no taxation without representation”, stabilendo che senza consenso democratico nemmeno un penny poteva essere estorto dalle tasche del contribuente. Oggi trasparenza, efficacia e controllo democratico nell’uso dei soldi pubblici possono diventare la leva per ridare credibilità a una Europa altrimenti ostaggio dell’immobilismo di stelle cadenti come Jacques Chirac e Gerard Schroeder.

Allora – mettendo da parte i sogni costituzionali - è meglio diventare un po’ scozzesi. Imparare a risparmiare e a spendere meglio, a riformare spese anacronistiche ed ingiuste come la Politica agricola comune ed a rispettare i propri impegni investendo sull’Agenda di Lisbona. Non distribuire a regimi dittatoriali e corrotti i fondi per la cooperazione allo sviluppo. Porre fine allo scandalo ambulante di un Parlamento europeo che fa la navette tra Strasburgo, Bruxelles e Lussemburgo. Rispondere del denaro speso dinanzi ai cittadini.

Non ci sono alibi alla necessità di aprire un dibattito democratico su come spendere meglio. Perché da una parte c’è la formica scozzese ed il suo rigore finanziario e dall’altra la cicala argentina e tanti altri anni di crisi.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario