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Nuovo dibattito su Terza Repubblica

Per una Montecarlo continentale

Può l’Europa abbandonare il manifatturiero e diventare un “buen retiro” mondiale?

di Società Aperta - 16 novembre 2005

Pubblichiamo, con l"intento di aprire un dibattito sulle proposte in questione, un "botta e risposta" tra Max Colla, lettore di Terza Repubblica, ed Enrico Cisnetto, direttore del nostro giornale.


Egregio signor Cisnetto,

la seguo con attenzione. Sono colpito dalle sue riflessioni, che in larga parte condivido; comunque le trovo nuove ed interessanti, in un panorama sconfortante quale quello che ci tocca vedere tutti i giorni. Allora mi ritengo autorizzato a scriverle queste riflessioni mie.

Lei in sostanza dice che l’Europa non ha capito quale posto abbia nella divisione internazione del lavoro (espressione retrò che però ci esime da spiegazioni più lunghe, accettiamola) e quale conseguenza questo avrà: riduzione dei redditi e delle sicurezze sociali. Si accompagna, inoltre, all’invecchiamento drammatico della popolazione, e l’invecchiamento si accompagna, per sua natura, alla rigidità ed all’intolleranza verso l’innovazione. I sistemi politici attualmente in vigore, specie quello italiano, non sono in grado di affrontare questi tre aspetti problematici – e questo avrà, o dovrebbe avere, conseguenze epocali.

Tutto vero e giusto, talmente di evidenza solare da non essere neppure all’ordine del giorno degli ometti politici che hanno preso in carico la cosa pubblica.

Per mia semplicità di discorso chiamo il prof. Prodi il Rintronato (così mi pare dal suo eloquio e dal suo aspetto) ed il cav. Berlusconi l’Impresario di Varietà (mi ricorda molto il Tino Scotti del “bambole non c’è una lira”) e penso che siano le persone peggiori per affrontare questi cambiamento epocali: troppo vecchi, troppo compromessi con il Vecchio Sistema, troppo lontani dal mondo reale – che ormai è fatto di Internet e Wimax, non da acciaierie e di hardware.

Allora sottopongo alla sua riflessione questa novità: perché (epocalmente, appunto) non scegliere per l’Europa (ed a cascata per l’Italia) la strada della qualità del vivere? Sotto questo profilo siamo i più capaci, almeno nell’Europa compresa tra la Scandinavia e la Sicilia, tra Lisbona e Praga.

Il mondo è abbastanza grande e ricco da aver bisogno di una Montecarlo di dimensioni continentali.

Con i migliori teatri d’opera, il migliore sistema finanziario, le più avanzate cliniche e “buen retiro”. Inoltre ha altrove le acciaierie e le fabbriche chimiche. Ma, appunto, altrove.

E solo una suggestione, solo una intuizione. Ma cosa ne dice?

Max Colla




Gentile Signor Colla,

intanto la ringrazio per le sue cortesi parole di apprezzamento nei miei confronti. Quanto al merito della sua proposta, non posso non essere d’accordo, visto che da tempo insisto per una modello di sviluppo europeo che metta la qualità intesa anche ma non solo in senso tecnologico, intesa anche ma non solo in chiave “lifestyle”. Voglio dire che l’Europa può e deve essere la Montecarlo del mondo, ma non può diventare la Disneyland. Ma, ne converrà, Montecarlo è simbolo di un fenomeno d’elite, ristretto, mentre Disneyland è di massa. Ora, se le premesse sono giuste, significa che fare la Montecarlo non basta. Dunque, le grandi questioni da risolvere sono due: 1) come realizzare la Montecarlo (cosa non banale, sul piano pratico); 2) cosa aggiungere per realizzare un nuovo e completo modello di sviluppo (io credo che occorrano ancora un manifatturiero e un terziario, ma in chiave di economia digitale, non più analogica… il che è altrettanto difficile a realizzarsi). Come vede siamo sul binario giusto, ma se vogliamo essere onesti con noi stessi, dobbiamo dire che occorre ancora lavorarci sopra, su questo benedetto nuovo modello di sviluppo. Se ne ha voglia, Società Aperta è il luogo giusto per approfondire. L’aspettiamo.

Cordiali saluti,

Enrico Cisnetto




Egregio Signor Cisnetto,

la ringrazio di avermi risposto – apprezzo in primo luogo la cortesia nelle persone – e poi rispondo nel merito. Infine accetto di mettere in discussione le idee che le ho espresso nel sito Società Aperta, ma non so bene come farlo; quindi lascio a lei la decisione di come introdurmi (lettera? Post? O ogni altro sistema – decida lei).

La prima domanda: come si fa a fare Montecarlo vs. Bruxelles?
Penso, innanzitutto, con una operazione culturale: recuperando tutti i valori europei, che sono incentrati sulla qualità e non sulla quantità.
Qualcosa di analogo a Slow Food contro Fast Food. Mi spiego ancora meglio, e di più: la cultura europea è abbastanza antica e diversificata e ricca (almeno 1000 anni nella sua forma attuale, tre o quattro filoni principali – latino, tedesco, slavo, anglosassone –, ricca di espressioni stratificate nei diversi Paesi) da essere un giacimento culturale praticamente inesauribile. Questo rende possibile uno sfruttamento, in sezioni diverse tra loro ma tutte unificate dalla matrice europea appunto, altrettanto inesauribile.

Fino alle guerre civili europee del secolo scorso (la seconda in modo meno devastante della prima, che ha avuto invece conseguenze politiche gravissime nel fascismo e nel comunismo, la seconda no), non ci sono stati movimenti culturali che non avessero matrici europee; solo negli anni ’20 del secolo scorso sono nati – specificamente negli Stati Uniti.

La prima operazione è appunto questa: riprendere il filo del discorso e della leadership culturale.
Molto meglio di me hanno saputo esprimerlo Pasolini, Marcuse, Evola, i Futuristi, ed in generale tutti gli intellettuali che hanno affermato di preferire il Progresso allo Sviluppo. Cioè la qualità contro la quantità – dato che oltretutto l’accrescimento infinito della quantità comporta solo il consumismo e la distruzione delle risorse, in ultima istanza la distruzione del pianeta.
Questo riprendere il filo del discorso è la prima, insopprimibile, ineliminabile fase; che comporta una, la più importante, conseguenza: entrare nella “fascia alta”, sposandone la filosofia.

La opzione “fascia alta” contiene la risposta alla seconda obiezione: quale manifattura e quale terziario, digitale e non analogico.
La scelta “fascia alta” è per sua natura nutrita dalla scienza – scienza e non tecnologia, invece ancella della produzione – e sorella della qualità intrinseca.
Siamo una porzione di questo pianeta, relativamente piccola. Non c’è partita al confronto con Cindia (Cina + India) sia considerano l’estensione geografica che la popolazione.
Cindia produce un milione di ingegneri (e molto bravi) all’anno. Lo fa da 5 anni almeno e continuerà per i prossimi 50. Cioè quanto la popolazione italiana attuale. Devono nutrire, vestire, riscaldare, accudire 1,5 miliardi di persone già ora – per forza che devono mirare alla quantità! E mirare, quindi, alla produzione massificata – con tutti i risvolti culturali che a noi abbiamo già vissuto (dal Fordismo alle penne Bic).
Quei 1,5 miliardi di popolazione costituiscono però anche il mercato (di “fascia alta” appunto) che può nutrire tutta la nostra scienza e la nostra produzione culturale. E lo si raggiunge e serve con strumenti digitali, nel contatto e nel servizio, sia per il terziario che nella manifattura.

Infine, questo significa naturalmente una enorme espansione dell’occupazione, a prescindere sia dall’età che dalla fisicità della popolazione occupata. Però non si prescinde dalla formazione di essa che deve, al contrario, essere particolarmente curata – sia nella professionalità che nel continuo aggiornamento professionale.

Semplificando: tante banche, tante Sotheby, tanti Cern, tante Cambridge ed Oxford, tante Sorbone, tanti Musei Vaticani e Gallerie degli Uffizi, tante Scala, tante Kunst Alee, tanti scavi di Pompei, tante Mercedes, tante Esaote. Tanti porti come Rotterdam. Tanti posti dove si vive bene, si mangia bene, si gode la vita – dalle Alpi Bavaresi a Capri.

Basta con le acciaierie e le raffinerie.

Max Colla

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario