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Public Policy

Il concorso esterno della carta stampata

Per un pentito in più

Campagne scandalistiche o di verità?

di Elio Di Caprio - 30 novembre 2009

Sarà forse la crisi della carta stampata a spingere i giornali a non andare troppo per il sottile e a sollecitare le curiosità morbose dei lettori infischiandosene degli effetti di lunga durata di campagne scandalistiche che, se fossero veritiere, in un Paese normale dovrebbero spingere migliaia di cittadini non solo a indignarsi ma a protestare vivacemente, ben oltre la prevista manifestazione anti Berlusconi del prossimo 5 dicembre.

Non c’è solo il concorso esterno in associazione mafiosa – un reato che, come abbiamo visto con il processo Andreotti, può diventare immaginario o comunque “flessibile”, può dire tutto o niente agli effetti pratici se l’imputato dispone di un buon avvocato- c’è anche il concorso esterno dell’informazione che, sulla base di dati parziali e di suggestioni accattivanti, mira ad obiettivi politici ben chiari e determinati.

Dice Giampaolo Pansa che Carlo De Benedetti, il rivale di sempre del Cavaliere, gli avrebbe confidato che è molto preoccupato della crisi della carta stampata che riguarda anche le corazzate d’attacco di Repubblica e dell’Espresso e forse per questo ha tutto l’interesse a promuovere campagne scandalistiche, prima sulla vita privata del presidente del Consiglio con le famose dieci domande ed ora sulle sue connessioni con ambienti mafiosi a prova di pentiti. Ma il gioco vale la candela?

I pentiti servono sempre, sono sempre serviti se tirati fuori al momento giusto per demolire rispettabilità più o meno consolidate o per insinuare dubbi sull’onorabilità di pubblici personaggi, specie quando si ha a che fare con realtà locali da anni condizionate da poteri esterni, talora criminali, come mafia e camorra. Là dove non arrivano le intercettazioni possono arrivare i segreti, rivelati anche a distanza di anni, dai pentiti.

Ma anche l’informazione o la disinformazione sui pentiti gioca la sua parte quando dovrebbero invece contare molto di più la credibilità e l’attendibilità di quello che i pentiti dicono a ruota libera. Altrimenti mettiamo nelle mani dei criminali pentiti la balcanizzazione se non la demolizione del nostro sistema.

In tempi di giornalismo militante tutto è possibile, ma poi non possiamo lamentarci se i media stranieri che a loro volta si informano anche attraverso i giornali italiani di ciò che succede nella Penisola, arrivino a farsi un’idea sommaria e talvolta sviata o generica sull’effettiva situazione italiana.

Non possiamo pretendere che siano loro a distinguere più di noi quanto corrisponde alla verità nei titoloni sparati in prima pagina e quanto sia invece frutto della propaganda. In nessun altro Paese europeo si fa politica a colpi di pentiti e non per il facile motivo che altrove non si è costretti a fronteggiare mafia e camorra come da noi.

Ad uscirne ammaccata non è soltanto l’immagine dell’Italia, ma quella della stessa informazione che prende parte al gioco (al massacro). Cosa può pensare un distratto lettore straniero se su uno dei più importanti quotidiani italiani, come Repubblica, viene informato, egli come tutti noi, da un titolo a caratteri cubitali che un “altro pentito” accusa Berlusconi per il ruolo che ebbe nelle stragi del ’93, dando per scontato che il marcio inizia ben prima della discesa in campo di Berlusconi e addirittura la prepara e rende possibile? Fantapolitica? Non è solo un pentito, è più di un pentito di mafia che accusa Berlusconi, fa intendere Repubblica e perciò qualcosa di vero deve esserci.

Un killer avrebbe appreso da un altro killer di un ruolo attivo dell’allora Presidente della Fininvest nella strategia stragista del ’93 con gli attentati a Roma, Firenze e Milano. Adesso sappiamo che il ricattato Berlusconi sarebbe (o è?) uno dei mandanti occulti della strage del ’93, quale avvertimento al governo italiano ( allora non presieduto dal Cavaliere) che aveva osato varare misure di carcere duro per i mafiosi assassini.

Come a dire che i preveggenti mafiosi, più bravi di noi, già sapevano che il Cavaliere sarebbe stato il cavallo vincente che avrebbe protetto in futuro i loro interessi e per questo concordano con lui le stragi. Magari ora scopriremo, per logica conseguenza, che il totalitario successo di Forza Italia prima e poi del PDL in Sicilia trova origine negli accordi sciagurati di Berlusconi con la mafia già dal ‘93.

E’ vero? Non è vero? Ma intanto un sospetto è stato avanzato. Visto che ci siamo, tanto vale allargare il tiro e riprendere le vecchie accuse sui capitali sconosciuti, illeciti o mafiosi che starebbero dietro il successo della Fininvest di Berlusconi. La campagna è appena cominciata. E perché non metterci dentro la IOR del Vaticano esperta nel riciclaggio di capitali della malavita? Il teorema sarebbe perfetto, finalmente.

Se tutto ciò fosse vero, almeno in parte, avremmo una spiegazione logica, una chiave di lettura plausibile anche se parziale di ben 15 anni della nostra storia, andrebbero in fumo tutte le analisi sociologiche sul successo del berlusconismo o sull’influenza delle TV commerciali che hanno creato il format adatto a tale successo. Potremmo persino rimproverare Gianfranco Fini di essersi mosso in ritardo nel prendere le distanze dal Cavaliere visto che il Presidente della Camera qualche sentore di mafiosità avrebbe dovuto pure averlo dopo anni di comiltanza parlamentare con Berlusconi e il senatore Dell’Utri.

Più probabile che non sapremo mai la verità e se i pentiti dicono la verità. Continueranno sussurri e grida che accennano e non spiegano, insinuazioni e sospetti senza riscontri, pentiti che parlano e sparlano. Al giornalismo militante non interessa più di tanto, l’importante è strumentalizzare e avere nuovi motivi per colpire l’avversario politico anche se ciò concorre a minare ancor più lo spirito pubblico complessivo e la fiducia nelle istituzioni. Si può pure ricercare ( invano) una soluzione politica ai problemi giudiziari del Presidente del Consiglio per i processi che ha in corso, inventare lodi e processi brevi, ma chi potrà mai parare le conseguenze delle presunte rivelazioni dell’ultimo pentito sulle connessioni mafia-Berlusconi?

All’estero ci guarderanno sempre più sbalorditi. Dopo 10 anni da quando Silvio Berlusconi fu dipinto come “unfit”, inadatto o indegno a governare l’Italia, cosa direbbe ora l’autorevole Economist del Cavaliere se ne scoprisse dietro l’ombra della mafia? E soprattutto cosa direbbe di noi italiani che non ci siamo resi conto di nulla ed abbiamo continuato a votarlo?

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario