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Public Policy

Una grande intesa per lo sviluppo

Per un nuovo patto sociale

Non bastano accordi tra industriali e sindacati. E’ necessario rinnovare la politica

di Enrico Cisnetto - 08 dicembre 2006

Patto sociale. Patto per lo sviluppo. Patto per la produttività. Le definizioni intorno ad una “grande intesa” che sembrerebbe avere qualche ambizione in più di un semplice rilancio della concertazione, si sprecano. Ma la sostanza è una sola: dopo la Finanziaria, tanto il governo quanto le parti sociali sentono il bisogno di lanciare un’operazione di recupero di massicce dosi di riformismo nella politica economica. Sul primo fronte a spingere sono quelle componenti del centro-sinistra che da tempo invocano una “fase due”, di cui si sono fatti interpreti sia Rutelli con la proposta di un piano di liberalizzazioni, sia D’Alema versione Italianieuropei nella due giorni milanese di confronto con i cosiddetti poteri forti e che già fa parlare di un inedito asse del ministro diessino con Montezemolo. Sul secondo fronte, spiccano la reiterata richiesta di Confindustria – evidentemente bisognosa di “voltare pagina” – a governo e sindacati di un “grande negoziato”, le aperture di Bonanni su temi delicati (flessibilità, pensioni, liberalizzazioni) purché si rilegittimi la capacità negoziale del sindacato, e persino le inedite spaccature in seno a Cgil e Fiom, dove i riformisti hanno smesso di essere afoni.

Vista così, per chi, come me, ha sempre predicato la necessità di un nuovo patto sociale come premessa per la ridefinizione della “Costituzione materiale” del Paese, questo fermento dovrebbe essere accolto con estremo favore. Invece, sarà bene separare il grano dal loglio. Intanto perchè dietro questo “dialogo sociale” si annida l’ennesimo capitolo della “guerra dei poteri”, cioè di quello scontro senza esclusione di colpi (proibiti) che incrocia e mischia il riassetto infinito (di stampo sudamericano) dell’establishment economico-finanziario e la lenta (purtroppo) ma inevitabile (per fortuna) ridefinizione del sistema politico. Non c’è dubbio che i leader politici – Prodi, D’Alema, Rutelli, Berlusconi, Casini – che si sono posti in questi anni come interlocutori o nemici di imprenditori e manager siano oggi alla ricerca di alleanze per disegnare la nuova geografia del potere made in Italy, economico e politico. Così come è indubbio che ad essi facciano riferimento tutti coloro che nel mondo del denaro sono interessati a chiudere a proprio favore la guerra che dalla seconda metà degli anni Novanta, prima ancora della morte di Cuccia e a maggior ragione dopo, insanguina il capitalismo nostrano, il cui unico esito finora è stato quello di declassare tutti al rango di “poteri deboli”. Dunque, non c’è dubbio che la discussione su “patti” e “assi” nasconda la battaglia per questi difficili equilibri di potere. Anche perchè ogni giorno si aprono dossier, dal risiko bancario al controllo di Generali, dal caso Telecom (coda di quello Unipol) alla privatizzazione di Alitalia, in grado fare e disfare alleanze (significativa l’intervista di D’Alema al Sole 24 Ore di ieri). Ma sarebbe riduttivo pensare che la cosa stia tutta qui. Il dibattito – che solo per terminologia rieccheggia quello degli anni Settanta sulla “alleanza dei produttori”, che coinvolse riformisti del calibro di Ugo La Malfa e Giorgio Amendola, il leader della Cgil Luciano Lama e la nuova Confindustria della “riforma Pirelli” – riguarda anche la modalità con cui tornare a far crescere il Paese, o meglio come fargli prendere decisioni visto che nasconde la testa sotto la sabbia e sopravaluta il tempo a sua disposizione. Si tratta di una preoccupazione giusta a cui, però, si danno due risposte egualmente sbagliate. La prima immagina che basti un patto tra imprenditori (Confindustria in particolare, ma non solo) e sindacati per creare quelle condizioni di pace sociale tali da permettere al governo (quale che esso sia) di fare quelle riforme strutturali che finora, per pavidità, non sono state realizzate. Pia illusione: il patto solo tra le parti sociali o si risolve in inutili dichiarazioni d’intenti o, peggio, in un accordo su come “spennare” un decisore politico debole e privo di idee.

La seconda risposta è altrettanto sbagliata se propone sì il “patto a tre”, ma senza prima aver rimosso l’ormai fallito sistema politico targato Seconda Repubblica. Si tratta di un passaggio di ineludibile, ma che finora ha generato dosi di coraggio meno che omeopatiche. La prossima volta, cari D’Alema e Montezemolo, vi converrà parlare di questo, se davvero volete aiutare il Paese a uscire dal declino.

Pubblicato su Il Foglio dell"8 dicembre

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario