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No al liberalismo scolastico

Per un’economia delle diversità

I paesi con crescita più sostenuta sono quelli che attuano una politica protezionistica

di Antonio Gesualdi - 15 dicembre 2006

O le classi dirigenti si decideranno a dar retta alla popolazione che chiede protezione economica oppure saranno costrette a ledere il principio del suffragio universale che (scusate la battutaccia) in Italia potrebbe essere sostituito dai fischi di piazza! (Una riedizione di Portobello di quando Enzo Tortora ci faceva accendere le luci di casa.)
Il sondaggismo - in tutti i Paesi occidentali - è diventato il segno del declino delle democrazie. L"Opa lanciata dai sondaggisti italiani sull"Unione di Prodi prima del voto di aprile né è stata una dimostrazione. Mass media, università, grandi organizzazioni capitale-lavoro hanno accentuato l"utilizzo strumentale del sondaggio proprio in funzione di lesione del suffragio. In questi giorni assistiamo ad un ripetersi - quasi al ritmo di ore - di pubblicazioni di sondaggi sul gradimento del governo o sulle ipotesi di voto ai partiti nazionali. Alla prova dei fatti più i sondaggi si rivelano sbagliati più questo dimostra il loro utilizzo strumentale. Che altro sarebbe, altrimenti, questo gioco politico in mano a pochi?
Non è per caso una reazione alla stagnazione economica che sta mandando in fibrillazione anche le classi, cosiddette, medie? Un modo per controllare, dirigere, gestire l"opinione pubblica.
In Francia - dove sono praticamente partite le campagne elettorali per la presidenza - vi è un dibattito molto serio e formidabile su come proteggere il Paese, l"Europa e l"Occidente dalla stagnazione. Gli economisti Patrick Arthus, Elie Cohen e Jaen Pisani-Ferry hanno ribadito che non si arresta la mondializzazione, che il protezionismo non ha mai creato ricchezze e che la competizione si fa con l"innovazione e le nuove tecnologie. I tre moschettieri della globalizzazione di scuola riportano le dichiarazioni di Sarkozy ("Rafforzamento delle tariffe doganali", "Un cammino equilibrato tra protezione e protezionismo") di Royal ("Tassare le imprese che delocalizzano il lavoro e tassare i loro prodotti quando li reimportano") e cercano di smontarle una per una.
Ma un proverbio dice: "chi troppo si giustifica troppo si accusa". I global di scuola sostengono quanto già sappiamo e, in buona parte, condividiamo: le imprese protette non creano nuovi processi e nuovi prodotti, ciò che non è capace di stare sul mercato non ha diritto di essere sostenuto, l"autarchia è isolazionismo, Cina e India hanno diritto di perseguire benessere e ricchezza, le tasse doganali fanno aumentare i prezzi, la Germania ha delocalizzato resistendo alla pressione cinese, ecc. ecc. Insomma non ci sono confini ai mercati globali.
Invece tracciare delle linee Maginot a questa globalizzazione dal punto di vista politico significherebbe ridare confini ai Paesi anche dal punto di vista economico. Il 72% dei francesi (ma se facessimo un sondaggio anche gli italiani!!!), oggi, è angosciato dalla globalizzazione: la vede come una minaccia per il lavoro e per l"impresa. Chi vuole governare, dunque, dovrà fare i conti con questa angoscia... almeno finché resterà il suffragio universale. Ovvero il voto anche a chi, dalla globalizzazione, ha tutto da perdere; vale a dire i giovani, i piccoli e medi imprenditori, professionisti e commercianti, le casalinghe, i pensionati, gli studenti... In Francia, poi, la questione è diventata soprattutto politica dopo il "no" referendario alla Costituzione europea e il dibattito non è più limitato agli economisti (o pseudo economisti come in Italia).
Dall"altra parte i neo-repubblicani come Hakim El-Karoul, ex consigliere di Jean-Pierre Raffarin, rispondono che "il mondo è cambiato". Oggi i francesi vogliono sapere come ridare cuore alla classe media seviziata dalla globalizzazione, come ricostruire il progetto politico dell"Europa e infine come organizzare il Pianeta dove si sono affermate potenze economiche e politiche come la Cina, l"India e fra non molto il Brasile. Ovvero come risolvere lo spostamento dell"asse terrestre verso l"Asia e il dualismo economico evidente Stati Uniti-Cina.
In Francia vi è anche un buon 20% di elettori (sempre quelli del suffragio universale, non dei sondaggi!) che vota Le Pen e che è espressamente "nazionalista".
I neo-repubblicani, neo-protezionsisti, quindi, sostengono che le ricette del liberismo di scuola non hanno funzionato negli ultimi anni. In italiano Giulio Tremonti ha tradotto dicendo: "un Paese non si governa come se fosse un"impresa" e bisogna porre fine al "mercatismo".
Non solo, ma l"idea che l"Occidente sia "la testa" e che i paesi in via di sviluppo siano "le braccia" non regge alla realtà. Nell"ultimo quinquennio i cinesi hanno sorpassato tutti i paesi europei nella spesa di ricerca & sviluppo e hanno cominciato a mandare navicelle spaziali verso la Luna. L"idea, quindi, di un mondo dove l"Occidente è avvantaggiato perché più intelligente e capace di valore aggiunto è solo un vecchio tic eurocentrico. Si tratta, piuttosto, di ragionare sull"interesse dell"Europa per un"economia che arricchisca salvaguardando le specificità delle diverse popolazioni perché all"origine dello scambio economico c"è la diversità. Lo scambio col diverso produce ricchezze reciproche così come l"uguaglianza dei diritti e dei doveri. Lo scambio tra uguali è inutile!
In un mondo nel quale la circolazione finanziaria è, effettivamente, globale occorre rendersi conto che la circolazione delle merci e quella delle persone (del lavoro) non lo è. Questo perché persone e merci hanno caratteristiche precise e distinguibili mentre il denaro è, ormai, etereo. Oggi il denaro, non a caso, ha sostituito Dio e valori tradizionali, ma non può sostituire persone e cose. Dunque per fare economia; per creare lavoro e prodotti (o nuovi lavori e nuovi prodotti) la globalizzazione di scuola - intesa come rapporto alla pari tra ineguali - è deleteria.
Serve un ragionamento settoriale, di aree produttive, di politiche economiche, di rinnovato interesse collettivo - quindi almeno nazionale o europeo - tra produttori/consumatori e lavoratori/consumatori. Oggi servono delle credenze collettive, ma le credenze collettive riguardano i singoli Paesi, i popoli non l"indefinibile globalizzato. Prima di essere "cittadini del Mondo" si è cittadini di un luogo ben preciso... nel Mondo. La concorrenza tra lavoratori europei e lavoratori cinesi non è un prodotto del mercato, ma è un prodotto della politica. O meglio dell"assenza della politica, in Europa. Politica che, invece, è ben presente e attiva in Cina dove il dirigismo e l"autoritarismo è la regola.
Quanto alla Germania; è vero che ha pesantemente delocalizzato (soprattutto nei paesi europei limitrofi in stile pangermanesimo!), ma è anche vero che quello tedesco è un capitalismo renano fortemente integrato dove impresa e lavoro non soffrono forti conflittualità. I tedeschi hanno migliorato la competitività, ma hanno ridotto - tranquillamente - la domanda interna e penalizzato alla grande le imprese italiane e francesi che lì esportavano. I tedeschi, quando vanno in crisi, fanno un vera Grossa Coalizione di governo. Negli altri Paesi europei questo non accade mai... tutt"al più si fa una "coabitation" o un "compromesso storico". E non va dimenticato che oggi i paesi con la crescita più sostenuta sono anche quelli più protezionisti di altri; dagli Stati Uniti, alla Germania, alla Cina.
Perché, allora, l"Italia, la Francia o l"Europa intera devono essere più liberalascolastici dei liberali veri?

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