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Le parti preparino il progetto industriale

Per Parmalat si adotti il modello Cirio

Da venti mesi l’azienda naviga a vista. Il rischio è che diventi una scatola vuota

di Enrico Cisnetto - 06 giugno 2005

Più latte, meno avvocati. Ecco lo slogan per la Parmalat del futuro. Ma né un anno e mezzo di gestione commissariale da parte di Enrico Bondi, e neppure il possibile ritorno in Borsa in autunno, sembrano spingere in questa direzione. Anzi, ad un passo dalla svolta decisiva, la strada tracciata da Bondi rischia di sancire il fatto che salvare il salvabile di ciò che resta della truffa aziendale più grande d’Europa consentirà di risarcire solo marginalmente creditori e truffati. Gli azionisti Parmalat sono già stati esclusi senza appello, mentre si può azzardare sin d’ora che, tra la riduzione dovuta alla conversione dei crediti in azioni e le magre prospettive dell’azienda, la gran parte di obbligazionisti, banche e altri creditori registreranno una perdita rispetto all’investimento iniziale ben superiore a quel 75% proposto dal governo argentino per i suoi bond e che tante proteste ha suscitato tra i risparmiatori italiani.

Dunque, l’obiettivo massimo che ci si può porre è quello di salvaguardare la realtà industriale, i suoi lavoratori e l’indotto. Ma ammesso che arrivi al listino – e chi ha guardato il prospetto informativo approvato dalla Consob si è fatto un’idea di quanto aleatoria sia questa prospettiva – la Nuova Parmalat avrà davanti a sé un’esistenza abbastanza tribolata, tra la pesante eredità del passato e i costi della gestione straordinaria (avvocati, consulenti, certificatori, ecc.). Inoltre, avrà difficoltà rispetto ai concorrenti perché da venti mesi naviga a vista, priva di una strategia. A guardare le quote di mercato, l’ottantenne Bondi si sta reinventando manager nell’alimentare senza grossi successi.

Quindi, chi finanzierà il necessario rilancio dell’azienda in settore maturo e dai margini molto bassi? Non certo i nuovi piccoli azionisti (quali?), né le banche, che non vedono l’ora di uscire. Ed è difficile che arrivino i partner immaginati, non fosse altro perché la contendibilità della Nuova Parmalat sarà resa “virtuale” dal sempre incombente pericolo di azioni giudiziarie. Le risorse potrebbero allora arrivare dalle dismissioni o dalle azioni revocatorie, ma entrambe hanno tempi troppo lunghi rispetto alle necessità industriali di oggi. Insomma, temo che la Parmalat quotata sarà un ghiotto boccone solo per chi vorrà scalarla e venderla a pezzi lasciando una scatola vuota in mano ai tribunali di mezzo mondo.

Un’alternativa? Il “modello Cirio”. Lì, abbandonate le velleità di “restituzione” dell’azienda al mercato – puramente di valenza simbolica – si è guardato a dismissioni mirate, badando sì al prezzo, ma soprattutto alle conseguenze industriali. Per esempio, l’industria del pomodoro, quella più importante per le ricadute nazionali, è stata collocata nelle mani italiane di Conserve Italia. Un’azienda cooperativa non a caso, visto che sia le rosse sia le bianche (distinzione sempre meno significativa) rappresentano uno dei pochi pezzi dell’economia nazionale che gode di buona salute. Anche per Parmalat c’è l’interessamento delle coop. Purtroppo c’è già chi intravede un disegno politico e si schiera di conseguenza. Ma le vere parti in causa, dai lavoratori fino a Bondi, farebbero meglio a concentrarsi sul progetto industriale. Salvare l’azienda, non la propria reputazione, deve essere l’obiettivo di tutti.

Pubblicato sul Gazzettino e sulla Sicilia del 5 giugno 2005.

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