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Public Policy

Un contro-cartello contrasti i Paesi produttori

Per non restare più al buio

Dal gas al nucleare il passaggio può essere breve. Ma serve una reale volontà politica

di Enrico Cisnetto - 06 novembre 2006

Ci vuole una Maastricht dell’energia. Subito. Il black out sfiorato nella tarda serata dell’altroieri impone una serie di riflessioni sulla fragilità del sistema europeo di approvvigionamento e di distribuzione. Il segnale che il Vecchio Continente ha ricevuto è – se possibile – più inquietante di quello che lasciò l’Italia al buio nel settembre 2003. Perché mentre allora l’epicentro fu in Svizzera, oggi l’anello debole della grande interconnessione europea è stata quella Germania al cui sistema tutti avevano finora riconosciuto una grande solidità. Di lì poi l’effetto domino ha determinato uno squilibrio generale di produzione di elettricità in Europa, che ha colpito la Francia insieme a Piemonte, Liguria e Puglia. Ecco quindi che si può facilmente considerare l’accaduto come lo specchio della fragilità europea: le varie interconnessioni che consentono lo scambio di energia da un paese che ne produce in eccesso ad un altro, invece di generare ridondanza rendendo la rete più forte, rischiano di renderla più vulnerabile. E così, il battito delle ali di una farfalla in Germania può arrivare a colpire fino a Lecce. In più, dobbiamo essere coscienti del fatto che la nostra debolezza congenita è tanto maggiore quanto si sviluppa la dipendenza da Paesi come la Russia, che utilizzano la loro leadership nelle fonti di energia come tecnica di influenza geopolitica. E con l’avvicinarsi dell’inverno questa influenza non può che aumentare, tanto più che – anche se l’Eni ha fatto sapere di aver incrementato le scorte di 600 milioni di metri cubi in più rispetto allo scorso anno e ha aumentato la capacità del suo gasdotto libico – l’Authority per l’energia ha dichiarato che lo stoccaggio può non bastare e l’emergenza gas esplodere di nuovo.
Ecco quindi che diventa necessario una risposta europea ad un problema europeo. E sicuramente ha ragione Prodi quando dice che è una contraddizione avere connessioni energetiche comuni e non avere una autorità unica, che sia in grado, all’occorrenza, di intervenire più rapidamente. A patto che vengano però uniformate tutte quelle regolamentazioni che, per esempio, oggi bloccano il passaggio dell’energia da un Paese all’altro perché quello che è considerato lecito nel primo è assolutamente vietato nel secondo. Ma è altrettanto necessario che alla sproporzione nella capacità contrattuale tra produttori e consumatori – apparentemente aziende, in realtà Stati – a favore dei primi, si faccia fronte gettando nella mischia il peso politico, economico, diplomatico (e militare) dell’Unione Europea. Allora, il primo passo sia la costituzione dell’Opec dei paesi consumatori, che ci permetta di fare “contro-cartello” alla “trimurti del gas” bloccandone le tendenze egemoniche. Il secondo passo deve essere una Maastricht dell’energia, che, come ai tempi del Trattato, faccia sì che tutti i paesi europei si accordino per perseguire una politica comune nei confronti dell’emergenza energetica, individuando una serie di issues da raggiungere. Solo così sarà possibile proporre e adottare soluzioni che negli Stati membri, vuoi per veti politici ormai desueti o vuoi per l’indecisione della classe dirigenziale, sono considerati tabù. Come il nucleare, da noi italiani abbandonato più di vent’anni fa proprio mentre oggi avremmo cominciato a coglierne i frutti. E che oggi solo l’Europa ci può consentire di riavere.

Pubblicato sul Messaggero del 6 novembre 2006

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