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Divide generazionale

Per diventare nuova classe dirigente i giovani devono smettere di nascondersi

di Luca Bolognini * - 05 gennaio 2005

Il mondo è cambiato, e mentre cambiava le nuove generazioni si sono addormentate o annoiate o impaurite, oppure ancora peggio. Utilizzo apposta il termine "mondo" perché è una parola totale, una definizione della realtà esistente da innamorati. Siamo figli di questi tempi, e ci hanno insegnato a non dire più certe parole, che sono scontate, formule trite e ritrite, da evitare a priori (ci hanno anche detto, più o meno esplicitamente, di pensare all'interesse particolare, ognuno al suo, di essere belli nelle forme e originali nel vestire. Di guardare all'orticello. Hanno trasformato i contenuti seri della dimensione pubblica in pura fama inetta).

E noi invece diciamo mondo. E diciamo anche mondo pubblico.

Cosa è cambiato di e in questo mondo? La disposizione di chi, giovane, si affaccia alla vita politica, anche solo come spettatore. A questo proposito, Renato Mannheimer segnala dalle pagine del Corriere di qualche giorno fa che il 50% dei giovani non ha interessi per la politica, ne trae noia o disgusto. Preoccupante, un popolo d'inguaribili disimpegnati.

Ma attenzione: nel mondo sono cambiati pure il lavoro, le connotazioni derivanti dal lavoro, le categorie sociali. E questo può aiutarci ad essere ottimisti, o comunque può indicarci una strada. Perché il lavoro, e le sue conseguenze, c'entrano con la politica? Perché è lì che dobbiamo subito cercare nuove attitudini all'impegno, alla consapevolezza e quindi, con qualche aiuto, alla politica.

Mi spiego meglio. Con la celeberrima "flessibilità", è finita l'equazione del "sei quel che lavori". Dobbiamo pensare ad essere nel lavoro oltre il lavoro, che da solo non può più delineare il ruolo di un individuo nella relazione con il mondo: una bella sfida, che premia di sicuro e meglio la creatività, l'intraprendenza ma compromette radicalmente il rassicurante e solido senso di sé che fino ad oggi ha fatto da corazza nelle dinamiche sociali.

Ed eccoci al pur flebile ottimismo. Se infatti, da un lato, questo mondo nuovo nell'ultimo decennio ha tolto ossigeno ai più giovani, annullando le funzioni di formazione e di crescita tipiche dei partiti (eliminando di fatto questi ultimi a vantaggio di fan club o di comitati elettorali permanenti, frustrando metodi e strumenti di accesso alle istituzioni), dall'altro ha imposto nuove regole di vita personale - le regole del lavoro su tutte - tanto inevitabili quanto motivanti. Insomma: di certo maggiore angoscia ma sicuramente maggior coscienza, forte senso di responsabilità e di "essere in gioco" per chi oggi ha meno di trentacinque anni.

Lavoratori oltre il lavoro, quindi, che giocano la partita su altri piani, con strumenti più umani e completi dei loro predecessori. Che non sono quel che lavorano, ma lavorano quel che sono; per sopravvivere, certo, ma anche per migliorare la qualità dei processi, dei frutti e della vita. Sul lavoro non possiamo più stare seduti, civilmente seduti a ingrassare o a indebolirci nelle nostre comode posizioni: ci viene imposto di vivere nella foresta, e nella foresta si deve essere come tigri, forti, pronti, veloci, creativi e bisogna avere riflessi, idee, fiducia e coscienza per affrontare ogni passo, anche il più semplice e quotidiano.

E proprio qui, tra i giovani "imprenditori di se stessi" - ormai brutta, abusata ma vera ed inevitabile definizione di una mentalità, siano essi effettivamente imprenditori innovativi o invece impiegati flessibili o professionisti senza frontiere o i mille altri volti che compongono le nostre generazioni di neolavoratori - proprio qui dobbiamo vedere gli embrioni di una nuova coscienza, di un nuovo impegno che potrebbe guardare al noi, al pubblico, alle scelte per il futuro.

Sono tante le tigri nascoste nella foresta ma sono anche molte quelle stanche di nascondersi, che sperano in un richiamo. Dobbiamo trovarci in squadra, unire chi è giovane tigre nel suo mondo per progettare e gestire insieme il mondo pubblico, cioè quello comune a tutti ed estraneo a nessuno. Senza paura di parlare come innamorati, questa volta della politica.

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