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Aspettando la mediazione mancata

Pensioni: una ennesima Caporetto

Comunque vada a finire sarà sempre un insuccesso per il Belpaese

di Enrico Cisnetto - 20 luglio 2007

Comunque vada a finire, sarà una sconfitta. Oggi vedremo se Prodi riuscirà a portare in consiglio dei ministri una proposta di mediazione sulle pensioni – tra almeno tre grandi anime della sua maggioranza: i massimalisti, i mediatori e i liberal, più le diverse componenti che albergano nel sindacato – e se mettendo le carte sul tavolo potrà ancora una volta tirare a campare. Ma sulla previdenza si profila una sconfitta strategica, e non solo per questo governo.

Il primo motivo è di merito. La mediazione, se andrà in porto, sarà comunque al ribasso rispetto ad una legge, la Maroni, del tutto insufficiente. La voglia di controriforma di questi mesi, infatti, ha finito con l’attribuire a quella riformetta una dignità che non merita: sia perchè il passaggio a 60 anni è insufficiente, sia perchè quell’innalzamento dell’età pensionabile lo ha rimandato nel tempo – per biechi motivi elettorali, come ha ammesso con molta franchezza lo stesso Maroni – creando un odioso scalone quando con la regola di “un anno all’anno” si sarebbe potuto ottenere lo stesso risultato in modo diverso. Ma se la Maroni è così che va giudicata, non c’è bisogno di aggiungere che ogni sua modifica al ribasso è peggio. E non ci sarà alcun motivo di “digerire il rospo” anche se il costo della controriforma (chiamiamo le cose con il loro nome) non fosse addossato alla fiscalità generale ma, come giustamente vuole Padoa-Schioppa, allo stesso sistema previdenziale.

La debolezza del governo Prodi, così come ieri il poco acume e lo scarsissimo coraggio del governo Berlusconi, spiegano le cose ma non possono certo essere accettabili motivi per accontentarsi di un intervento sulle pensioni che, in modo speculare, consacra la Dini del 1995 come una riforma rivoluzionaria. Il suo punto forte era il sistema contributivo, unico a rendere equo il rapporto tra le generazioni e a consentire la sostenibilità finanziaria della previdenza nel lungo termine. Invece di accelerarla, mantenendone la direzione, si è addirittura frenata. Prima, nel 2005, quando si è concessa ai sindacati la prima di una lunga serie di proroga dell’applicazione dei coefficienti di trasformazione, voluti dalla Dini per sintonizzare il sistema previdenziale con l’orologio della demografia e pensati in modo tale da renderli inversamente proporzionali all’attesa media di vita residua, principio equitativo fondamentale (altro che il piagnisteo dei controriformisti).

Ora, con l’imbastardimento della Maroni. Nel primo caso per responsabilità del governo Berlusconi, che nonostante avesse avuto dal Nucleo di valutazione della spesa pensionistica e dall’Istat i numeri necessari, non aggiornò i coefficienti temendo l’impopolarità. Nel secondo caso per mano del governo Prodi. A conferma che il “non governo” è bipartisan e che l’alternanza fra coalizioni politicamente deboli e strategicamente miopi che ci ha regalato il bipolarismo all’italiana è cianuro. Da un governo riformatore ci si sarebbe aspettato, invece, non solo la piena attuazione della Dini, ma anche la sua implementazione. Come? Sono d’accordo con quanto propongono, sulla Voce.info Elsa Fornero e Agar Brugiavini: risolvere la questione scalone e revisione dei coefficienti in un colpo solo, alzando di due anni (perchè di tanto è aumentata l’aspettativa di vita nel frattempo) la forbice di età di pensionamento flessibile (57-65 anni) fissata nel 1995. Portare quella fascia a 59-67 a partire dal primo gennaio 2008 consentiva di prendere i classici due piccioni su scalone e coefficienti, di confermare e valorizzare la scelta del metodo contributivo e di aprire le porte ad un sistema di incentivi per gli over 67, un po’ come i socialisti hanno chiesto al governo Zapatero di fare in Spagna dai 70 anni in sù. Invece, prima si è concesso un aumento delle pensioni minime che, essendo stato calcolato sulla base del reddito individuale e non famigliare, finirà col premiare a famiglie con redditi medio-alti. E poi si è dato vita alla mediazione che riduce l’eta pensionabile della Maroni di due anni (da 60 a 58) e poi prevede il gioco delle quote tra età e contributi dal 2010. Senza contare che la parte nascosta della mediazione di Prodi verso il sindacato e l’area comunista del governo ora potrebbe aver riguardato Alitalia (Air One si è ritirata per le inaccettabili limitazioni poste dal venditore al suo piano di ristrutturazione) e domani la legge Biagi.

Di fronte a questa scelta “reazionaria” – nel senso di reazione alla ragione – cosa hanno deciso di fare i “Sarkozy nostrani”? Chi è disposto a mettersi alla testa di una coalizione trasversale che prenda spunto dalla questione pensioni – e del suo correlato problema di risanamento della finanza pubblica – per proporre agli italiani un vero e proprio patto generazionale? Non c’è più tempo da perdere, va presa un’iniziativa subito. Perchè sulle pensioni non si gioca il presente di Prodi ma il futuro del Paese.

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