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Ancora dibattito mentre cambia il Tfr

Pensioni: innalziamo l’età minima

Meglio che elevare il limite legale di vecchiaia. E in linea con gli obiettivi di Barcellona

di Giuliano Cazzola - 23 novembre 2005

Poiché continua - con interventi e prese di posizioni autorevoli - il dibattito sull’idea di elevare l’età pensionabile a 68 anni (come ha ipotizzato, nei giorni scorsi, il presidente del Consiglio) sarà opportuno svolgere alcune considerazioni in proposito.

Innanzi tutto è bene ricordare che il problema principale dei sistemi pubblici di tanti Paesi europei (incluso il nostro) non è quello di innalzare l’età legale di vecchiaia, bensì quello di prolungare la vita attiva dei lavoratori più anziani, contrastando il più possibile le forme di pensionamento anticipato, presenti ed operanti in varie forme, più o meno in tutte le realtà.

Non a caso, nel 2002, quando il Consiglio di Barcellona assunse l’obiettivo di elevare di cinque anni, entro il 2010, il livello medio effettivo di pensionamento (non già il limite legale di vecchiaia), i lavoratori dei Quindici andavano in quiescenza ad un’età anagrafica mediamente pari a 58 anni. Infatti, nonostante che l’età canonica stabilita per legge, fosse più elevata (60 per le donne, 65 per gli uomini oppure 65 anni per ambedue i generi, salvo casi di soglie ancora superiori), gli ordinamenti lasciavano aperte parecchie “uscite di sicurezza” anticipate. Tanto che in Italia, nel decennio trascorso e con riferimento al complesso dei regimi, sono state nettamente più numerose le nuove pensioni di anzianità che quelle di vecchiaia.

Come ha delineato la legge delega del 2004, dunque, è molto più importante (ed utile, nel quadro della sostenibilità) innalzare (fino ai previsti 61 anni per i dipendenti e 62 anni per gli autonomi a partire dal 2010, con possibilità di aumentare ancora di un anno dal 2014) l’età minima di pensionamento che spostare in avanti – magari a 68 anni – il limite legale di vecchiaia.

Ma c’è un altro argomento da valutare. Tra le norme di delega (previste nella legge n.243/2004) che il Governo ha preferito lasciar decadere, una prevedeva la c.d. liberalizzazione dell’età pensionabile, riconoscendo al lavoratore - una volta conseguiti i requisiti per la pensione di vecchiaia - di continuare l’attività lavorativa, previo accordo col datore di lavoro. In sede tecnica era stato predisposto, persino, uno schema di decreto delegato che introduceva degli interessanti incentivi a ritardare la quiescenza fino alla maturazione di un’anzianità contributiva di 45 anni (nel regime retributivo) oppure fino al compimento di 70 anni di età (nel sistema contributivo).

Sarebbe stato più semplice, per il premier e per il Governo, percorrere, dunque, una strada già tracciata, anziché aprire una discussione necessariamente destinata a durare lo spazio di un mattino.

Clicca qui per aprire la scheda sulle regole del pensionamento anticipato nei Paesi dell"Unione europea

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